venerdì, 23 ottobre 2009, ore 20:51

La pioggia ha qualcosa di magico, senza dubbio. Ne sono ancora più convinto da quando ieri mattina, passando davanti alla porta di ingresso, ho visto il mio gatto accucciato sullo zerbino. Gli ho subito aperto, pensando che volesse entrare e mettersi al riparo dall'acqua e dal freddo, suoi acerrimi nemici: invece è rimasto fermo a guardarmi per un po', come se in fondo non si stesse così male lì fuori, per poi scattare come un ghepardo verso il garage, a mostrarmi come anche il suo appetito fosse paragonabile a quello del suo cugino felino.
Avendo la camera in mansarda, quando piove lo sento bene: a volte è un rumore sgradevole, specie se piovono gocce grosse come il lago Ontario e stai cercando di studiare o dormire, ma il più delle volte è piacevole. È come un amico che ti bussa alla porta per chiederti se hai voglia di andare fuori a giocare, talmente entusiasta dell'idea che non si rende conto della sua insistenza e del fatto che potrebbe infastidire chi, dietro quella porta, ci vive. O come una melodia, un po' monotona ma con un certo senso del ritmo, che vuole accom-pagnarti nelle tue attività e farti sentire che non sei solo, c'è anche lei qualora ne avessi bisogno.
Mi piace il suo odore: mi ricorda quando da piccolo, per non farmi ammalare, mia madre mi convinceva a restare a casa in caso di pioggia preparando a me ed ai miei amici il tè con i biscotti. Certo, era un patto soddisfacente per entrambi, ma aveva un limite: non aveva previsto clausole riguardanti il manifestarsi della pioggia in itinere. Per fortuna, visto che il correre sotto la pioggia divenne in breve una delle mie attività preferite: oltre che servirmi come allenamento per la vacanza-studio del 2004 a Miami e i suoi blitz monsonici, mi dava un senso di libertà, di gioia e di energia (oltre che la febbre, in più di un'occasione) come poche altre cose. Lo ammetto: il pensiero ieri mattina mi ha sfiorato. Ma il giorno dopo avrei avuto un esame, non avrei proprio potuto rischiare di ammalarmi.
Così mi sono seduto a fare colazione e, tra una cucchiaiata e l'altra del mio yogurt, guardavo fuori: osservando le gocce che imperterrite continuavano a lanciarsi dalla flotta di nuvole soprastante e a paracadutarsi sul mondo, mi sovvenivano alcune immagini legate alla pioggia. Una in particolare pareva dominare la mia mente: la scena di uno dei miei film preferiti, “V for Vendetta”, quella in cui V libera Evie dalla “prigione”, la porta sul tetto e lei, sotto una doccia scrosciante di acqua piovana, risorge più o meno metaforicamente. Sarà perché nutro da sempre un grande amore verso l'acqua, sarà perché la ritengo essere l'elemento vitale per antonomasia, ma ho sempre avuto anch'io quest'idea della pioggia come un grande annaffiatoio che infonde vita, forza ed energia in tutto quello che bagna. Uffa, che voglia di correre fuori...
Sposto poi il mio sguardo verso il paesaggio: la pioggia e le nuvole hanno creato un sipario grigio che impedisce di vedere non solo la linea dell'orizzonte, ma qualsiasi cosa si estenda oltre Ubersetto. Chissà cosa succede là dietro: magari dietro quella cortina il mondo si sta ribellando alla giornata grigia e sta allestendo uno spettacolo grandioso, fatto di arcobaleni e altri giochi di luce. E se invece fosse lo spirito di San Geminiano che, come 16 secoli fa, ha fatto scendere questa argentea coperta per proteggere la sua Modena dal barbaro invasore? Sarà meglio di no, visto che poi me li ritroverei sotto casa! Il paesaggio ancora visibile sembra una foto in bianco e nero, anche nelle sensazioni che evoca: non si può non avvertirne il fascino, ma neanche negare il retrogusto di malinconia che ti lascia in bocca (sempre che non sia lo yogurt scaduto). È il segnale definitivo che l'estate è finita: il tepore settembrino ha pensato bene di illuderci sforando ampiamente fino ad ottobre inoltrato, poi è arrivato l'autunno che, arrabbiato per il ritardo (secondo me viaggia con Trenitalia), ha deciso di rifarsi con gli interessi. Quella del 2009 è stata un'estate incredibilmente intensa: sono successe tante cose che hanno influito profondamente sulla mia vita, alcune di queste destinate a rimanere un bel ricordo, altre a cui voglio dare un futuro, una continuità, uno sviluppo, e per le quali lotterò fino in fondo, nonostante le paure, le insicurezze e le difficoltà.
Chiudo il post con questa canzone: un po' scontata, volendo, ma decisamente appropriata. E bella.

Sproloquio di tommyblizzard alle 20:51

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domenica, 30 agosto 2009, ore 20:13

“C'è da portare una macchina da Carletti”. Il mio terzo giorno di lavoro si aprì con questa richiesta: teoricamente avrei dovuto preparare le vetture nuove in officina, ma così non fu. Visto che la concessionaria di Carletti si trova a Mirandola e avrei dovuto affrontare 30 km di cemento ardente attraverso la bassa modenese, la proposta generò in me una sensazione di eccitazione. Io sono nato e cresciuto nella zona pedemontana della provincia di Modena, dove sulla bassa circolano strane leggende: in queste, l'uscita 10 della tangenziale sembra essere qualcosa di paragonabile alle Colonne d'Ercole dell'antichità, alle Sfingi della Storia Infinita o alla porta dell'Inferno dantesco, a seconda delle versioni. In effetti, la gente che si addentra nella bassa tende ad andare a Nonantola, sede del celeberrimo Vox, o a Carpi, la seconda città più grande della provincia: su cosa ci sia lungo la Strada Statale 12 (nota anche come Strada Canaletto Nord) o tra questi due comuni ed il Po, in terra pedemontana non è dato saperlo. Anche le cartine, gli atlanti e Wikipedia sono molto cauti a dare informazioni su questa terra, contribuendo alla creazione di questo alone di mistero che rende il triangolo Carpi-Concordia-Finale Emilia qualcosa di affine a quello delle Bermuda: ecco, Mirandola si trova nel suo baricentro geometrico. Nel consegnarmi le chiavi della C3 Perfect, gli sguardi tra il pietoso e l'intenerito dei miei colleghi mi facevano sentire come Atreyu mentre si apprestava a salire sul fedele Artax per portare l'Auryn all'Imperatrice Bambina: ero il più giovane del mazzo ma, pur essendo cresciuto in mezzo a strane storie, mi sentivo molto più entusiasmato che timoroso. Una volta partito, mi ritrovai in una manciata di minuti all'uscita 10 della tangenziale e iniziai a capire il perché di tante leggende: la sua strettezza, la sua posizione più distaccata rispetto alle altre uscite ed il logoramento del suo cartello le danno l'aria dell'ingresso ad un mondo spettrale. Anche la Canaletto perpetra questa impressione: l'asfalto scosceso e le vibrazioni indotte da esso la fanno sembrare una mulattiera desueta, nonostante l'alto volume di traffico quotidiano. Già, il traffico: anch'esso ha qualcosa di strano. Certo, sarà la tortuosità della strada. Sicuro, sarà l'elevata presenza di camion. Eppure questa processione di veicoli a passo lento non fa che amplificare l'idea che ci si stia recando verso Silent Hill. Vogliamo poi parlare degli sguardi dei guidatori che corrono in senso opposto? Occhi sbarrati e pietrificati, manco avessero sentito Gasparri dire qualcosa di intelligente. Poco dopo passai sotto il ponte della TAV e, complice anche lo sterminato campo di spighe dorate alte minimo due metri immediatamente successivo, capii subito che ora si faceva sul serio: “la città alle tue spalle è l'ultima frontiera della civiltà”, avrebbero cantato gli 883. In realtà, il primo centro abitato degno di tale nome che si incontra è un posto chiamato Bastiglia: ok, fin qui nessun problema, è solo un paese abitato da discendenti di rivoluzionari francesi emigrati a Modena durante il Terrore attratti dalla grande somiglianza tra francese e modenese (basta che vi ricordiate di usare avec invece di “con” e di ripassare le tabelline e siv bèle a post) o da gente che si è fumata il Candido di Voltaire. Nei 1.500 metri che separano questa enorme metropoli dal cartello di ingresso a quello di uscita, non si può fare a meno di notare il ristorante “Le Cardinal”, sghignazzare copiosamente e mandarli a cagher. Entrai quindi in Sorbara che, dimensioni a parte, ricorda la Dublino di inizio XIX secolo: non hanno assolutamente niente, fatto salvo dell'ottimo lambrusco nel quale annegano tutti i loro dispiaceri e che probabilmente utilizzano come fosse la pozione magica di Panoramix, nonostante l'unico effetto tangibile sia quello di trasformarli in piccoli Obelix. 5 km di nulla cosmico, neanche fossi in una highway del Nevada, e giunsi a San Prospero; curiosamente, 3 km di curve dopo il cartello, ne apparve uno del tutto identico. Eh? Ma come? Non l'ho appena visto il cartello “SAN PROSPERO”? Certo, ne sono sicurissimo. Ora, i casi sono due: o siamo davvero in una terra maledetta con tanto di poltergeist al seguito, oppure il posto è talmente insignificante che c'è bisogno di ripetere al malcapitato viaggiatore dove cazzo si trovi. Dopo aver scoperto che in questo luogo hanno addirittura i semafori (e i T-Red), notai con piacere che davanti a me si estendeva un tratto di strada apparentemente piacevole: il cielo di giugno color fiordaliso nel mezzo del quale troneggiava fiero e potente il re sole (nel caso foste rimasti a Bastiglia, non sto parlando di Luigi XIV) conferiva alla campagna circostante dei colori magnifici. L'immobile mare di smeraldo dei prati adiacenti alla strada contornato dalla barriera corallina dei vari alberi da frutto contribuiva a trasmettermi sensazioni di grande agio, tranquillità e serenità e farmi pensare che, in fondo, tutte le leggende che circolano sulla bassa fossero un tantino ingenerose. Beh, NO. Era la calma prima della tempesta, era la bellissima sala d'attesa prima di entrare nello studio del dentista, era la barzelletta di Clinton che va all'inferno. Quell'amena strada portava a Medolla. Come “Medolla”? Da quando in qua la provincia di Modena annovera una città che si chiama “Medolla”? Improvvisamente capii perché non l'avevo mai sentita nominare: è come quando gli abitanti di Springwood cancellarono ogni riferimento a Freddy Krueger dai giornali e da tutti i documenti in circolazione per far sì che la gente si dimenticasse di lui e non potesse più essere tormentata in sogno dallo spietato assassino. È difficile trovare parole per descrivere Medolla, anche se risulta piuttosto adeguata la locuzione modenese pustàz. A tratti, sembra Silent Hill, capace da un momento all'altro di passare dalla dimensione reale a quella spettrale. Altre volte diresti che sia una di quelle cittadine sperdute dell'Arkansas o della Georgia con 73 abitanti, tutti sdentati, bigotti e irascibili. Altre volte ancora, vista la presenza di stabilimenti biotech stile Umbrella Corp., dà l'impressione di essere Raccoon City dopo la prima epidemia di T-Virus. Fortunatamente, non venni assalito da zombie, rompers o rompicoglioni e potei proseguire. Finalmente, entrai nel comune di Mirandola, più precisamente in località San Giacomo R. . Beh? Da quando in qua ci si vergogna del proprio nome per esteso e lo si censura dal cartello di ingresso? Ma ve li immaginate, voi, dei cartelli con su scritto Levizzano R., Marano sul P. o Castel M.? Fa davvero così schifo quel R.? Questo pensiero mi avrebbe tormentato per tutta la giornata. Entrato in Mirandola, non mi accorsi che il cartello d'ingresso si bullava del fatto che fosse la città natale di Giovanni Pico perché nel suo nome non c'era neanche una R. In ogni caso, mi resi perfettamente conto di essere in un luogo completamente diverso: la terza città più grande della provincia, uno dei poli biomedicali più importanti al mondo, un posto con un senso. Dopo aver consegnato la macchina a Carletti mi intrattenni a conversare con la sua consorte, convinto che il dialetto mirandolese non fosse poi così diverso dal modenese di città: la mia faccia stile Homer Simpson quando diventò Homer Thompson (link) fu abbastanza esplicita riguardo alla questione. Presi la C4 Picasso da portare a Modena, ma nell'uscire dall'officina mi fermai un attimo all'inizio di Via Bruino e volsi lo sguardo verso Nord: cosa ci sarà dopo Mirandola? Poggio Rusco, certo, ma prima? Ci saranno luoghi ameni come prima di Medolla (AAAAAAARGH, MEDOLLAAAAAAA!!!) o altri posti da film horror? Certo, posti come Tramuschio e Verdonda avrebbero stuzzicato il palato della mia fantasia, se la mia fantasia avesse un palato, e mi fecero venire voglia di svoltare a destra una volta tornati sulla Canaletto, ma il richiamo del dovere fu inderogabile, cosicché mi diressi verso Modena. Fu bello fantasticare sulla bassa modenese e sulle sue leggende metropolitane, ma al ritorno ciò mi fu impossibile: il pensiero di quella fottutissima R. si era impadronito della mia mente.

Disclaimer: cari amici, anzi, fratelli della bassa, dedico a voi questo post. So che apprezzerete questo racconto più di chiunque altro, perchè siete persone autoironiche e dotate di grande senso dell'umorismo. Nel caso non lo foste, beh, che vi sbranino gli zombies di Medolla.

Ah, comunque R. sta per Roncole. Fa davvero così schifo?

Sproloquio di tommyblizzard alle 20:13

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giovedì, 25 giugno 2009, ore 01:13

San Venanzio è un posto apparentemente insignificante. È una frazione della ben più nota Maranello che conta, ad occhio, 3-400 abitanti ed è il primo centro abitato che si incontra salendo verso il Monte Cimone sulla via Giardini. Non ha un bar, non ha un'edicola e forse aprire un esercizio commerciale che assolva entrambe le funzioni potrebbe rivelarsi redditizio: i residenti non sarebbero costretti a fare 10 km complessivi per andare a comprare il giornale in città ed avrebbero un punto di ritrovo vicino a casa, oltre che un luogo dove poter sorseggiare qualcosa di freddo o, perché no, gustare un gelato per combattere la calura estiva che si fa sentire anche a 270 metri sul livello del mare. C'è solo il negozio di alimentari dei fratelli Valenti, dove però si trova della carne di ottima qualità, e un piccolo forno tappezzato di poster, magliette ed altro materiale del Modena FC. In compenso, ci sono ben due ristoranti, distanti 300 metri l'uno dall'altro: alla Scalinata si trovano i tipici piatti della cucina modenese, compresi ovviamente il gnocco fritto e le crescentine, orgoglio del Frignano, mentre al Postiglione le tradizioni geminiane vengono gemellate con quelle lucane e con la pizza.
A chi ha vissuto per quasi 22 anni in centro a Maranello, sopra un'officina e di fronte ad una delle principali arterie della provincia, le differenze sono palesi: non si deve più spostare il letto di fronte alla porta-finestra spalancata per tentare di dormire, non si è più svegliati alle 8 di sabato mattina dal rombo delle auto da corsa preparate al piano di sotto, il panorama che si vede dalla finestra è senz'altro più piacevole e tante altre piccole cose. Quella che invece non cambia è la sensazione che questo posto, in un modo o nell'altro, non faccia per sè: sarà perché la gente è molto provinciale e pensa di poter pontificare su come funziona altrove nonostante il posto più lontano che abbia visto sia Pinerolo, sarà perché la provincia di Modena non è un paese per giovani (semi-cit.), sarà perché le facce sono sempre le stesse e se uno si trova male in un gruppo non è così facile trovarne un altro, sarà come sarà resta il fatto che è da tanto tempo che si sogna di emigrare.
Poi una sera capita che ci si trovi davanti a casa ad aspettare degli amici con cui andare a bere qualcosa e che costoro siano in ritardo: l'occhio cade sullo spettacolo offerto dalla pianura padana alle 21 di un giorno di inizio estate. In questo frangente, San Venanzio diventa una piccola Beverly Hills da cui ammirare una distesa di luci artificiali paragonabile a quella di Los Angeles: invece di Rodeo Drive si vede Sassuolo, la città un po' fighetta arricchitasi con le ceramiche che tutto d'un colpo ha ripudiato coloro che l'hanno governata per 64 anni. Al posto di Downtown LA c'è Modena, con le luci dell'inceneritore che sembrano ricalcare quelle del Parlamento di Oslo dipinto da Edvard Munch nel suo “Sera sul viale Karl Johan”. Ed infine, al posto di Hollywood Boulevard c'è Bologna, la storica nemica della propria città natale che non è mai stata odiata, fonte di gioie e dolori, di speranze ed illusioni, di gratificazioni e delusioni, di bei ricordi e di grandi rimpianti, di scelte la cui validità è tutt'ora in discussione, da cui vengono persone favolose e personaggi ignominiosi. E viene da chiedersi se in realtà questa piccola replica di California meridionale non sia poi così male, se non sia una scelta troppo drastica quella di andarsene, se in fondo quelle persone che chiedevano come mai uno non vedesse l'ora di partire, tanto disprezzate per la loro miopia, avessero poi tutti i torti nel porre quella domanda. Se basta un singolo evento a farti cambiare così radicalmente un'opinione o, quantomeno, a fartela mettere in discussione, è il caso di ripensare alla medesima e di aspettare un po' per vedere le cose con maggiore chiarezza? Ma non si era detto che d'ora in poi si avrebbe agito di più e meditato di meno in modo da carpire tutti quei dies che sono sfuggiti nel passato?
Nel mentre, è arrivato il Freelander del Cap, con a bordo Piti, il Put e quel deficiente di Luca che era completamente ignaro del fatto che da due anni mi fossi trasferito a San Venanzio. Si parte per la Terra di Mezzo a Savignano sul Panaro, destinazione di cui è impossibile non cogliere l'ironia: è situato in una frazione (Magazzino) di una città celebre (per la Venere), è proprio sul confine tra Modena e Bologna, il suo nome evoca una terra mitica, enorme e lontana ma in realtà è in un posticino a 30 minuti di macchina da casa. Come se non bastasse, durante la serata gli altoparlanti del pub prendono una pausa dal metal inviando nell'etere le note di Only time di Enya, cantante nativa dell'isola di smeraldo che ha rappresentato una parte molto importante della mia vita e canzone che associo ad una persona ancora più importante; a questo punto anche un solido razionalista come me si trova a chiedersi se il destino esista veramente. Intanto, ho capito anche un'altra cosa: con una penna in mano sono quasi irrefrenabile. Luca e gli altri sono habituè della Terra di Mezzo e nei fogli bianchi di un vecchio menu tengono una specie di diario di bordo, al quale ieri sera ho contribuito anche io; beh, dopo la fredda (ma neanche tanto, mi conoscete) cronaca di quanto stava accadendo, ho iniziato con i miei flussi di coscienza joyciani e solo la proposta di un giaguaro mi ha fermato dallo scrivere una pagina di dimensioni bibliche. Forse vuol dire qualcosa, forse no: però ho un dato in più su cui ragionare e mi sta bene così.

PS sulla sinistra continuo ad aggiungere le foto dei miei viaggi.

Sproloquio di tommyblizzard alle 01:13

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sabato, 06 giugno 2009, ore 01:12

Dopo tanto tempo torno a fare anche un post politico. Come saprete, sabato e domenica si vota per rinnovare il Parlamento Europeo e, se siete ancora indecisi o se volete solo ammazzare un po' il tempo, c'è un simpatico sito che si chiama EU Profiler. A cosa serve? Dopo avere chiesto la vostra opinione su 30 temi, quanta rilevanza date a certe questioni e qual'è la vostra attuale propensione al voto, calcolerà a quale partito della vostra nazione e a quale formazione politica europea siete più affini. Per esempio, il partito europeo più vicino alle mie posizioni è risultato essere l'olandese GroenLinks, con un'affinità dell'88%, seguito dal lettone Saskanas Centrs (85%) e dallo spagnolo Izquierda Unida (84,6%). La classifica italiana, invece, recita: Sinistra e libertà (80%), PRC-PdCI (75%), PD (71,6%), IDV (68,5%), UDC (56,9%), Destra/Mpa/Pensionati (49,1%), PDL (47,2%) e Lega (38%). Direi che i risultati NON rispecchino fedelmente le mie intenzioni: ammetto di aver pensato di votare la formazione di Vendola, ma poi la mia diffidenza verso le neonate micro-formazioni di sinistra ha avuto la meglio, nonostante un programma interessante e alcune buone candidature come quella di Claudio Fava. PRC-PdCI e PD non ho mai e poi mai avuto intenzione di votarli e mi stupisce alquanto che secondo EU Profiler le mie posizioni sarebbero più simili alle loro rispetto all'Italia dei Valori. Inoltre, è alquanto inquietante (scusate lo scioglilingua) che, in linea teoria, avrei quasi il 57% di affinità con quel partito ripugnante che è l'UDC: io, agnostico e anticlericale convinto? Bah.

Ora veniamo al dunque: io, come alle ultime elezioni politiche, voterò Italia dei Valori. Perchè?
  • è l'unico partito che si è sempre fermamente opposto alle porcherie del governo Berlusconi come il Lodo Alfano, la legge sulle intercettazioni, la legge-bavaglio sulla stampa, la (s)vendita di Alitalia alla CAI, il conflitto d'interessi, gli attacchi a libera informazione, parlamento e magistratura ecc... Gli altri partiti di opposizione si sono invece rivelati complici, almeno parzialmente (UDC), tentennanti (il PD, almeno sotto Veltroni) o poco interessati alle questioni (sinistra "extra-parlamentare").
  • lo stesso dicasi per quanto riguarda l'inchiesta di Catanzaro, che ha gettato fango e calunnie su due onesti, fedeli e coraggiosi servitori dello Stato come Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi, che invece andrebbero mostrati come esempio per tutti, anche perchè purtroppo sono una razza in via d'estinzione. Come sopra, l'IDV ha sempre urlato allo scandalo, il PD si è eclissato (i primi attacchi, peraltro, partirono proprio da membri del precedente governo in cui vi erano soggetti coinvolti nell'inchiesta), l'UDC è stato semi-collaborazionista e le sinistre "benaltriste" (prima e ultima volta che cito Cofferati). Idem con patate per bancopoli e Clementina Forleo.
  • ha sempre assunto una posizione chiara e inequivocabile, al contrario del PD dove, oltre alle contraddizioni interne, fioccavano i "ma anche", i "però, in fondo...", i "non è poi così male" eccetera, soprattutto per quanto riguarda la legge sulle intercettazioni.
  • condivido buona parte delle sue posizioni, specialmente per quanto riguarda giustizia, energie rinnovabili, connet-tività, immigrazione, ricerca, libertà civili e istruzione.
  • ha presentato alcune candidature di ottimo livello, come Luigi De Magistris, Carlo Vulpio, Gianni Vattimo e Sonia Alfano.
  • più alta sarà la percentuale ottenuta dall'IDV, altrettanto alta sarà la possibiltà che il PD (il quale, numericamente parlando, volente o nolente rimane il secondo partito italiano e il più grande partito di opposizione), si dia una svegliata e capisca che, se vuole evitare l'estinzione, è meglio che si rinnovi sia come idee che come personale (basta Binetti, D'Alema, Fassino et simila ma anche finti giovani come la Madia, più gente come la Serrachiani o la Capacchione).
  • è uno dei pochissimi partiti che non si vergogna a fare dell'antiberlusconismo una delle sue bandiere. Nonostante sembri essere qualcosa di ormai superato o che va solo "contro" senza avere nulla di costruttivo, a mio avviso è tutt'altro che così. Anzitutto, è più che mai attuale, vista la sua diffusione e il suo radicamento, soprattutto in certe fasce di elettorato. Inoltre, antiberlusconismo non vuol dire "essere per partito preso contro Berlusconi", ma opporsi all'ideologia, al modo di pensare, ai "valori", ai meccanismi di pensiero da lui promossi e veicolati dai suoi mezzi di comunicazione; non tanto da giornali o TG, ma da programmi come Uomini e donne, Lucignolo e compagnia, che plasmano le persone più lentamente ma anche più profondamente e subdolamente di un notiziario. Questa mentalità io la vedo cozzare frontalmente contro quella che, secondo me, dovrebbe essere alla base di una società civile e democratica, quindi ben venga l'enfasi su questo punto.
Ho pensato anche di anticipare alcune critiche che mi verranno rivolte, così eccovi anche una lista di cose che non mi piacciono dell'Italia dei valori:
  • le sue posizioni in materia di leggi sulla droga, sul federalismo (anche se ammetto che dovrei approfondire un po' l'argomento) e la troppa accondiscendenza verso alcuni eccessi delle forze dell'ordine.
  • la candidatura di Antonio Di Pietro, parlamentare italiano quindi ineleggibile, e di Maruska Piredda, l'(ex?) hostess Alitalia, che sa molto di spot e di cui non vedo nè l'utilità nè il potenziale contributo.
  • è ancora un partito troppo personale e questo è forse l'unico tratto che accomuna Di Pietro a Berlusconi. Una maggiore collegialità garantirebbe una maggiore dialettica interna che, sì, comporta un maggior rischio di scissioni e divisioni, ma è un prezzo che un partito deve essere disposto a pagare per avere una vitalità di idee che faccia da antidoto contro la monocrazia attuale. Va comunque detto che sia Tonino che Leoluca Orlando hanno avviato un processo di riforma interna rivolto a questo obiettivo, vedremo a quali risultati porterà.
  • a livello locale alcune candidature lasciano piuttosto perplessi e questo si ricollega al punto precedente. Un partito con una struttura forte e non dominato da una persona singola aiuterebbe a prevenire nuovi casi De Gregorio o Di Pietro junior.
Questo è quanto, anche perchè direi di essermi dilungato anche troppo. Sfortunatamente, nella scrittura io sono uno che raramente ha mezze misure: o sono telegrafico o sono veramente prolisso. In ogni caso, se siete arrivati fino in fondo, complimenti e grazie per la fiducia. Fatemi anche sapere cosa ne pensate.

Sproloquio di tommyblizzard alle 01:12

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martedì, 02 giugno 2009, ore 23:03

Giocatori, in rigoroso ordine numerico.

Sharrod Ford: devastante l'anno scorso a Montegranaro, altalentante quest'anno a Bologna. Mette in mostra tutti i suoi pregi (immarcabile se riceve in pick and roll, stoppatore disumano, capace di ricevere passaggi ad altezze siderali grazie alla sua esplosività, buon raggio di tiro), ma anche tutti i suoi difetti (assenza pressochè totale di movimenti spalle a canestro, subisce nei duelli fisici con pari ruolo più grossi, tende ad addormentarsi sui tagliafuori, a saltare alla prima finta in difesa e a commettere falli evitabili in poco tempo). Boniciolli lo vede come 4, ma lui dimostra di trovarsi meglio da centro. Con l'ingaggio che percepisce, avrebbe dovuto essere più costante. Esemplificativo il fatto che chiuda al primo posto nelle classifiche di rimbalzi (9.5), stoppate (1.4) e falli fatti (3.2). Io l'avrei tenuto, ma pare che Sabatini voglia monetizzare con il suo buyout liberandosi anche di un ingaggio pesante.
Petteri Koponen: alla prima esperienza fuori dalla natia Finlandia dimostra di essere un giocatore ancora molto acerbo. In difesa offre un buon contributo, ma in attacco appare molto timido, soprattutto quando si tratta di attaccare la difesa schierata. Il talento c'è e si vede, forse gli gioverebbe un anno in prestito in una squadra da classifica medio-bassa.
Brett Blizzard: con l'arrivo di Boniciolli si trova ai margini delle rotazioni, chiede la cessione, si pente. viene reintegrato ma, almeno in campionato, non va mai oltre i 9 punti in 19' nel derby di ritorno. Si riaccende nei playoffs, dove tira con il 52% da 3, ma ormai è tardi. Dall'infortunio nella finale scudetto contro Siena non sembra più quello della sua prima stagione bianconera, l'impressione è che con le nuove regole sui passaportati il suo futuro sia lontano da Bologna. Peccato, mi è sempre piaciuto ed ormai era un veterano.
Jamie Arnold: buco nell'acqua. Arriva alla Virtus per cifre importanti portando con sè un ottimo bagaglio di esperienza ad alto livello in Europa, prima col Maccabi poi con l'Hapoel Jerusalem, ma non è mai incisivo. Boniciolli lo sposta nello spot di centro ma la musica non cambia, a gennaio viene tagliato per far posto a Terry.
Alex Righetti: grandi attese su di lui dopo l'ottimo campionato ad Avellino, dove si è affermato come uno dei migliori italiani del campionato. In difesa lavora bene, ma in attacco delude molto: dimezza la sua media punti e non infila mai i canestri pesanti (tranne che in due occasioni). L'arrivo del suo mentore Boniciolli gli aumenta il minutaggio ma non la valutazione: a sua parziale discolpa, va detto che viene utilizzato in un ruolo non suo. Con la penuria di italiani di livello in circolazione non è però escluso che possa rimanere.
Earl Boykins: i 3,5 milioni di dollari di ingaggio lo rendono il giocatore più pagato di sempre in Serie A, i suoi 164 cm ufficiali quello più basso. Reduce da 11 anni di NBA, arriva come il giocatore che dovrebbe fare la differenza e così è, in effetti: quando gira, la Virtus vince, quando non gira, spesso e volentieri perde. Alterna momenti di estasi cestistica a corazzate Kotiomkin di fantozziana memoria, arrivi ad amarlo ed un momento dopo a volerlo sottoporre a torture medievali. Inguardabile nei playoff, dove chiude con un orripilante 11/48 dal campo. Aria.
Guilherme Giovannoni: non è più decisivo come un tempo e a questi livelli a volte pare inadeguato, ma in campo dà sempre tutto quello che ha, motivo per cui i tifosi della Virtus vorrebbero a referto altri 11 come lui. Per questo (e per i problemi di falli ed infortuni dei lunghi bianconeri), di riffa o di raffa, i suoi minuti riesce sempre a guadagnarseli. Il suo agente propone cifre irrazionali per il rinnovo, cosicchè viene silurato anzitempo; Sabatini lascia la porta aperta in caso di ripensamento, è possibile che Gui faccia di tutto per rimanere.
Roberto Chiacig: parte come quarto lungo ma si trova a disputare minuti importanti, soprattutto con Boniciolli che, almeno all'inizio, lo promuove a centro titolare. L'età avanza inesorabile e si vede, ciononostante risponde sempre presente e il suo contributo lo dà (quasi) sempre. Purtroppo, ormai, più di un quinto lungo non potrà essere.
Keith Langford: arrivato in sordina e solo perchè dopo l'addio di Bynum serviva uno che attaccasse il canestro, diventa il giocatore chiave della squadra e viene votato come terzo miglior cestista del campionato. Difensore sublime, penetra nelle aree avversarie come Rocco Siffredi nelle (vabbè ci siamo capiti), segna canestri irreali in equilibrio precario, regala ai fotografi schiacciate da NBA Action, la mette dall'arco, finisce 13° nella classifica degli stoppatori nonostante sia una guardia di 193 cm e, non pago, viene nominato MVP della finale di Eurochallenge. I tifosi lo adorano e il sentimento è ampiamente ricambiato, gli è stato rinnovato il contratto ma non è detto che non verrà sacrificato sull'altare del bilancio, magari in una big europea. Io, comunque, dico solo questo.
Dusan Vukcevic: vive del suo tiro da 3, che mette a segno il 44% delle volte, ma alterna serate da 1/7 ad altre da 4/4. Quelli pesanti, comunque, tende a metterli, specialmente la bomba a 2' e 20'' dalla fine che regala alla Virtus il derby di ritorno e a lui, nativo di Sarajevo come Danilovic, un posto nella hall of fame bianconera. Io lo terrei.
Reyshawn Terry: parte fortissimo, dando alla Virtus quell'atletismo che mancava, poi anche lui inizia ad avere un andamento sinusoidale, dimostrando preoccupanti limiti difensivi. Strepitosa gara 1 di playoff, poi una fastidiosa periostite lo mette KO. Peccato, davvero.

Staff

Renato Pasquali: la sua conferma lascia perplessi in molti e il suo esonero alla quinta giornata, dopo due sconfitte che puzzano di sciopero, non fa certo ricredere i suoi critici. Il suo merito più grande è l'aver voluto fortemente Langford, ma in fondo anche sul resto non ha grandi colpe, il suo destino pareva segnato già dall'inizio.
Matteo Boniciolli: secondo alcuni era l'obiettivo primario già in estate dopo il miracolo avellinese dell'anno precedente, il matrimonio ritardato gli consegna una squadra non sua e così è difficile. Parte con 7 vittorie di fila, poi si mette in testa che il miglior centro della stagione scorsa non è adatto a giocare da centro e retrocede Giovannoni nello spot di 3 dove ha sempre sofferto; in seguito si cosparge il capo di cenere, porta la squadra in finale di Coppa Italia, alla vittoria di Eurochallenge e al secondo posto. Dopo la coppa, però, la squadra crolla e certe sue scelte lasciano perplessi; chiede un rinnovo faraonico, viene silurato.
Claudio Sabatini: il personaggio è quello, nel bene e nel male, inutile tentare di cambiarlo, prendere o lasciare. Però certe cose come i casi Blizzard e Boykins potevano essere trattati in maniera meno mediatica e certe sue "sparate" gli stanno alienando molti consensi tra i tifosi, ossia coloro che pagano il biglietto per entrare alla Futurshow Station. In pochi credono che cederà la Virtus, ancora meno quelli che pensano ad una squadra con obiettivo-salvezza, comunque andrà mi permetto di dare tre piccoli consigli a colui che ci ha salvato nel 2003: lavare più spesso i panni sporchi in casa propria, ingaggiare il prima possibile il nuovo allenatore, lasciare che siano lui e il GM Faraoni a costruire la squadra. Chiedere di più sarebbe, forse, chiedere troppo.

PS nella colonna di sinistra, ho iniziato ad aggiornare la sezione "viaggi" con le foto della vacanza-studio a Miami del 2004, la mia prima con fotocamera digitale. Le immagini sono su Picasa (porqué Picasa es mi casa), se ne avete voglia dateci un occhio.

Sproloquio di tommyblizzard alle 23:03

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categoria : vacanze, basket, virtus

martedì, 02 giugno 2009, ore 01:15

Mercato: dopo la fallimentare stagione 2007/08, con la salvezza matematica raggiunta alla quartultima giornata, Claudio Sabatini sente di essere in debito con i tifosi e non bada a spese per costruire una squadra competitiva. Restano solo Blizzard, Giovannoni e Chiacig, ritorna Vukcevic ed iniziano gli arrivi altisonanti: Sharrod Ford da Montegranaro, Alex Righetti da Avellino, Will Bynum dal Maccabi e Jamie Arnold dall'Hapoel Jerusalem (che a fine gennaio verrà tagliato, al suo posto verrà ingaggiato Reyshawn Terry da Soresina). Poi però Bynum si avvale della clausola NBA Escape prevista dal suo contratto ed accetta l'offerta dei Detroit Pistons, compiaciuti dalle sue prestazioni in Summer League. Dopo l'arrivo di Keith Langford da Biella, lo spot di playmaker viene affidato a Earl Boykins, 11 anni di NBA nonostante i suoi 164 cm di altezza, che diventa il giocatore più pagato del campionato e, in teoria, quello che dovrebbe essere il go-to-guy. Infine, viene ingaggiato come sua riserva Petteri Koponen, ventenne finlandese scelto al primo giro dai Philadelphia 76ers nel draft 2007. In panchina viene confermato Renato Pasquali e questa è forse la mossa che suscita più perplessità tra i tirosi. L'obiettivo ufficiale è tornare a bazzicare nelle zone di alta classifica e guadagnare la licenza triennale di Eurolega.
Campionato: la Virtus chiude al quinto posto, ma a 3 giornate dalla fine il secondo pareva solidissimo: la sconfitta esterna con Montegranaro e il suicidio interno contro Treviso costano alle V nere il vantaggio del campo e il lato playoff con Siena. Squadra dai risultati altalenanti, capace di vincere a Milano rimontando 22 punti di svantaggio in 15 minuti come di perdere in casa con Treviso dopo che si è stati sul +16, di battere Roma, seconda classificata, tre volte su tre come di prenderne 35 da Pesaro, ottava classificata. Si è perso di 25 contro Rieti, terzultima, e si è arrivati ad un soffio dal battere lo schiacciasassi senese per ben due volte, complici alcune fischiate al limite dell'inverecondo. La squadra ha pagato le prestazioni sotto le aspettative di Arnold. Koponen e Righetti, l'incostanza di Ford, Terry e Boykins, un atteggiamento mentale inconcepibile, se miri ad alti traguardi, e le numerose grane: l'esonero dopo sole cinque giornate di Pasquali, gli esperimenti del nuovo coach Boniciolli, la richiesta di cessione di Blizzard e il successivo pentimento, il taglio di Arnold e la tragicomica fuga di Boykins con minacce di taglio ed azioni legali per poi reintegrarlo con multa. Il risultato è sicuramente inferiore alle aspettative di inizio stagione ed al potenziale mostrato durante il campionato.
Coppa Italia: terza sconfitta in finale consecutiva tra le mura amiche, anche stavolta condita da polemiche. Come contro Avellino l'anno prima, un arbitraggio contestatissimo influenza una partita che la Virtus conduceva ad un minuto dal termine e regala a Siena la prima Coppa Italia dell'era Pianigiani. Grande rammarico, ma fischiate a parte sono l'esperienza e la forza di un gruppo consolidato a fare la differenza nei minuti finali.
FIBA Eurochallenge: finalmente una vittoria. C'è chi l'ha chiamata la "coppa del nonno", ma se si guarda l'albo d'oro della competizione e il livello delle squadre partecipanti all'ultimo torneo si capisce subito come questa definizione sia fortemente sbagliata. In ogni caso, come ha detto giustamente Boniciolli, a fine stagione solo 3 squadre possono dire di aver vinto qualcosa a livello europeo e la Virtus è tra queste. Inoltre, visto che si torna a vincere una coppa europea dopo 8 anni di astinenza e si riapre la bacheca chiusa da 7 anni, non mi sembra il caso di fare gli schizzinosi. Anche nella finale contro Cholet, comunque, si rischia il disastro: di 11 lunghezze di vantaggio, la Virtus ne perde 10 per strada durante l'ultimo quarto, fa 1/4 ai liberi e ringrazia De Colo che tira da 3 per la vittoria ma non prende neanche il ferro.
Playoff: fuori al primo turno, 3-2 contro Treviso, tre sconfitte esterne, due vittorie interne. Non si può non pensare al vantaggio del campo perso all'ultima giornata, proprio contro i trevigiani, e quel fallo di Boykins che ha regalato a Bulleri i 3 liberi del pareggio, al cui confronto la scelta di candidare Rutelli a sindaco di Roma pare quasi vincente. Ad aggiungere ulteriore rammarico, l'inaspettata eliminazione dei capitolini contro una sorprendente Biella avrebbe consegnato alle V nere l'agognata licenza triennale in caso di passaggio del turno; inoltre, le due vittorie casalinghe sono state abbastanza nette da far pensare che, a fattore campo invertito, si sarebbe giunti agilmente in semifinale (quest'anno solo Biella e Siena hanno espugnato il PalaVerde). Ma visto che "se mia nonna aveva il pisello era mio nonno" (cit. Ruud Gullit) questi calcoli non hanno senso. Stagione finita ed Eurocup, sempre che si decida di prendervi parte.
Prospettive: nella famigerata conferenza stampa, Sabatini ha annunciato che la Virtus è in vendita e che, in caso non si trovasse un compratore, si costruirà una squadra dal budget limitato, siccome lui non è un magnate e il bilancio dell'anno scorso, chiuso con 2 milioni di passivo, è un'eccezione che non si ripeterà.  Ormai non si sa più quando prenderlo sul serio e quando no, anche l'anno scorso fece lo stesso proclama e com'è andata l'avete appena letto. Comunque, sono stati silurati il GM Luchi, l'allenatore Boniciolli e il capitano Giovannoni, questi ultimi due per le eccessive pretese economiche dei loro agenti, anche se a Gui è stato offerto di rimanere a cifre "umane". È tornato Massimo Faraoni, GM della promozione del 2005 e ottimo talent scout, mentre, nonostante la conferenza stampa sopracitata, pare essere arrivato Andre Collins, playmaker della rivelazione Ferrara nonchè terzo miglior marcatore del campionato (17,5 punti di media in 33,5 minuti con il 47,4% da 2 e il 40,4% da 3) e pare che si seguano giocatori interessanti come Jerebko e Antonutti. Ancora nessuna novità sull'allenatore e questo genera in me le maggiori perplessità: come dimostrato quest'anno, sarebbe bene prima firmare un coach poi, a seconda delle sue idee, tuffarsi sul mercato. A breve, le mie valutazioni sui singoli protagonisti.

Sproloquio di tommyblizzard alle 01:15

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categoria : basket, virtus

giovedì, 28 maggio 2009, ore 17:36

Avrei voluto, in seguito alla dolorosa eliminazione di ieri sera, fare il pagellone finale della Virtus 2008/09. Oggi, però, dal sito della Virtus, imparo che sono stati silurati coach Boniciolli, il GM Luchi e, soprattutto, capitan Giovannoni. Imparo inoltre che, domani pomeriggio, Claudio Sabatini parlerà su Futurshow Station alle 17.30: fino ad allora, ogni mio giudizio, così come ogni mio intervento sul blog, verrà sospeso.

Sproloquio di tommyblizzard alle 17:36

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categoria : blog, basket, virtus

giovedì, 28 maggio 2009, ore 01:38

Voglio riprendere a scrivere su questo blog, ma è già l'una e mezza quindi il vero post lo farò domani. Intanto ho cambiato il template, visto che quello vecchio è misteriosamente scomparso nel nulla, spero che vi piaccia. La foto del titolo è mia, l'ho scattata oggi pomeriggio verso le 8 di sera, è l'arcobaleno che ha sovrastato San Venanzio dopo l'acquazzone di oggi pomeriggio; peccato che non si riesca a vedere tutto, in ogni caso la foto completa la trovate cliccando sulla thumbnail sottostante.

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A domani, allora, stay tuned!

PS è bello tornare a scrivere.

Sproloquio di tommyblizzard alle 01:38

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categoria : blog, problemi informatici

martedì, 03 febbraio 2009, ore 01:24

(attenzione: prima di leggere questo post sarebbe d'uopo leggerne la relativa introduzione)

Si parte: Pittsburgh partirà all'attacco dalle sue 28 dopo il ritorno di Russell. Due passaggi da 38 e 21 di Roethlisberger portano subito gli Steelers a un passo dalla end zone, dove viene placcato il tight end Heath Miller. Due corse per rimanere dove si è poi Big Ben tenta il passaggio; non trovando nessuno, decide che è il caso di prendersi la end zone di propria iniziativa correndoci dentro. La mia prima impressione è la stessa degli arbitri: touchdown Steelers! Proprio mentre penso che anche al Super Bowl di tre anni fa il primo TD fu segnato in maniera del tutto analoga, Ken Whisenhunt, head coach dei Cardinals (che all'epoca del trionfo del 2006 era l'offensive coordinator di Pittsburgh), lancia il fazzoletto rosso: è challenge, vuole che gli arbitri usino la moviola per verificare la loro chiamata. Al replay, le zebre notano che il ginocchio di Big Ben tocca terra prima della end zone, quindi cambiano la loro decisione e ricacciano in gola ai tifosi Steelers l'urlo di gioia: si va per il field goal e Jeff Reed non ha alcun problema a trasformarlo mettendo sul tabellone i primi 3 punti dell'incontro. Nel drive successivo i Cardinals sono costretti al punt e ringraziano Edgerrin James per aver recuperato un fumble di Warner a 30 yds dalla end zone di Arizona: tocca di nuovo all'attacco black and gold, su un terzo e 10 miracolo di Roethlisberger che evita più volte il sack e trova all'ultimo secondo Heath Miller che chiude il down. Dopo altre quattro giocate, si arriva ad un primo e goal dalle 7: la corsa da 2 yds di Parker chiude il primo quarto, mentre il secondo è aperto dall'ennesima connection tra Big Ben e Miller che porta nuovamente Pittsburgh ad una situazione di terzo e goal a una sola yard dalla end zone. La chiamata è un gioco di corsa per Gary Russell che, contrariamente al suo quarterback, riesce a penetrare: touchdown Steelers, questa volta senza dubbi, 10-0 e partita subito messa nel migliore dei modi. Sul kickoff successivo Arizona rischia di fare un altro pasticcio, con JJ Arrington che muffa il pallone ma riesce a riprenderlo all'interno della end zone e a riportarlo sulle 17. L'attacco dei Cardinals inizia però a mostrare la sua potenza: a forza di passaggi corti arriva sulle 46 di Pittsburgh, dove Kurt Warner, ben protetto dalla sua offensive line, si inventa un big play pescando Boldin libero sulle 30, il quale guadagna 29 yac (se non vi ricordate cosa significa, tornate a leggere il post sul Super Bowl scorso) prima di essere placcato da Ryan Clark. Nel drive successivo, Warner finta l'hand off, rischia di inciampare e all'ultimo istante prima di subire un sack riesce a lanciare la palla in end zone, dove trova Ben Patrick per quella che sarà la sua unica ricezione del match: 10-7, i Cards ci sono. Due punt nei due drive successivi e palla di nuovo a Pittsburgh: alla seconda azione, il passaggio di Roethlisberger per Santonio Holmes viene toccato da un defensive end di Arizona, la palla si alza a campanile e viene intercettata da Karlos Dansby. A 2 minuti dall'intervallo, Arizona ha la chance di passare in vantaggio ed infatti, in 7 azioni, conquistano un primo e goal da 2 yards con 18 secondi sul cronometro. A molti pare chiaro quale strategia adotteranno i Cardinals: si corre, mal che vada "bruci" il secondo down con una spike per fermare il cronometro (non ci sono più timeout a disposizione) e con un facilissimo field goal pareggi. Invece no: Warner a sorpresa decide di passarla. La palla è diretta verso Anquan Boldin ma all'improvviso la maglia rossa col numero 81 viene oscurata da una bianca numerata 92: James Harrison si materializza davanti al ricevitore dei Cards ed intercetta il passaggio. Non pago, inizia a correre: il cronometro scorre inesorabile, ogni secondo che passa è una possibilità in meno di chiudere la prima metà con un vantaggio più ampio rispetto ai 3 miseri punti sul tabellone, quindi deve provarci pur non avendo l'agilità e la velocità di un defensive back. A 55 yards dalla end zone sembra finita, ma i suoi compagni gli aprono la strada con una serie di blocchi da manuale. Mancano solo 10 yds e il fiato ormai è finito, ma serve uno sforzo ulteriore, a pochi passi dalla meta arriva il placcaggio, ma è troppo tardi: il miglior difensore dell'anno cade all'interno della end zone, realizzando l'intercetto più lungo della storia del Super Bowl, ben 100 yds, e chiudendo la prima metà sul 17-7. È tempo di halftime show, sul palco sale Bruce "The boss" Springsteen, per la gioia di Bruttoformo, ed infiamma i suoi fan con quattro canzoni tra cui una Glory Days adattata al football e uno dei suoi maggiori successi, Born To Run. Il terzo quarto si apre con i Cards in attacco alla disperata ricerca di punti: su un terzo e 6 da metà campo, James Farrior piove letteralmente su Warner causando un fumble, prontamente ricoperto da Harrison ma contestato da Arizona. Whisenhunt decide di usare il suo secondo ed ultimo challenge, ottenendo l'inversione della chiamata: sarà comunque punt vista la posizione di campo. Nel drive successivo la difesa dei Cards commette due clamorose ingenuità: su un potenziale intentional grounding (passaggio lanciato in una zona "morta" per evitare il sack) di Roethlisberger commettono roughing the passer (colpo inutile ed evitabile al quarterback dopo il passaggio) e su un field goal commettono unnecessary roughness (violenza evitabile) sull'holder, dando agli Steelers la possibilità di ottenere 7 punti invece che 3, cosa che comunque non accade, Pittsburgh deve "accontentarsi" di un field goal ravvicinato e di portare a 13 il proprio vantaggio. Durante il drive successivo finisce il terzo quarto e, dopo uno scambio di punt, a 11 minuti dal termine Arizona deve recuperare 13 punti, due touchdown: difficile, ma non impossibile, penso, e memore dell'anno scorso non riesco a trovare pace. Neanche a farlo apposta un grandissimo drive di Warner porta i suoi fino ad un terzo e goal da una yard: come nel TD di Patrick, si opta per un lob ma stavolta dall'altro lato dell'arcobaleno c'è Larry Fitzgerald, impalpabile fino a questo drive, che riduce lo svantaggio dei suoi a soli 6 punti con 7 minuti e mezzo da giocare. Palla agli Steelers che la tengono 2 minuti prima del punt, Warner riporta i suoi sulle 26 avversarie ma retrocede di 10 yards per colpa di un offside dell'attacco: quattro incompleti e punt formation in campo. Non basta l'ottimo lavoro del punter Graham e dello special team, ci si mette anche Harrison che si fa fischiare un'evitabilissima unnecessary roughness costringendo Roethlisberger a partire da 1 yard, con fortissimo rischio safety. Quando al terzo down Big Ben trova Holmes guadagnando 19 yards penso "dai che è fatta!!", ma la scritta "flag" mi fa gelare il sangue nelle vene: è stata fischiata una holding a Justin Hartwig, che significa safety. 2 punti ai Cardinals, 20-16 e punt con 3 minuti ancora sul cronometro: c'è tutto il tempo per segnare e, qualora ciò accadesse, non ne rimarrebbe molto agli Steelers... Arizona parte dalle sue 36: alla seconda azione i defensive backs di Pittsburgh, troppo attenti ad evitare una ricezione con uscita dal campo e conseguente arresto del cronometro, si allargano troppo e quando Warner trova il taglio centrale di Fitzgerald davanti a lui c'è una prateria. Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto ti appare in slow motion; spesso accade in situazioni di tensione positiva, come quando stai vincendo e il cronometro sembra essere lento, come quando sei in testa al Gran Premio e l'ultimo giro sembra non finire mai. Ma accade lo stesso anche in situazioni negative: ogni passo di Fitzgerald verso la end zone sembrava avere la velocità di un bradipo, sarà la pia illusione che quei tre omini vestiti di bianco lo raggiungano, ma sono lontani, troppo lontani, e a 2' e 17'' i Cardinals, per la prima volta, passano in vantaggio. Moralmente distrutto, provo a farmi coraggio pensando al fatto che Big Ben sia uno dei migliori comeback quarterbacks della NFL (indossa la maglia numero 7 in onore di John Elway, storico qb dei Broncos specialista in rimonte), ma l'impresa suona veramente ardua, tanto più che alla prima azione viene fischiata una holding all'attacco. Ci sono certe squadre che quando la temperatura sale si sciolgono, altre che invece lievitano: i Pittsburgh Steelers fanno parte di quest'ultima categoria. Roethlisberger nell'azione successiva evita due placcaggi e trova Holmes per mantenere vivo il drive, poi sul terzo e 6 ancora la palla al numero 10 per chiudere il down; un passaggio per Nate Washington e una corsa da 4 yds, poi il secondo timeout. Mancano 62", secondo e 6 sulle 44 di Arizona. Pump fake e di nuovo palla a Santonio, che riceve spalle alla end zone, si gira e approfitta dello scivolone di Aaron Francisco per involarsi verso la medesima, sospinto a qualche migliaio di km dalle urla di un pazzo incurante del fatto che in Italia siano le 4 del mattino, ma la stessa safety recupera e lo placca sulle 6. Chiamato l'ultimo timeout. Siamo lì, ce la possiamo fare. Cosa facciamo? Andiamo sul sicuro, calciamo un field goal, pareggiamo e andiamo al supplementare? No, e se poi Arizona vince il coin toss? Niente da fare, bisogna andare per il TD. Primo tentativo, incompleto. Ma porc... a momenti Santonio la riceveva. Vediamo: Whisenhunt ormai avrà capito che Holmes è il nostro slot receiver, alla prossima azione lo raddoppierà di sicuro, vediamo che si inventa Big Ben. Snap. La offensive line tiene, incredibile. C'è tempo. Mewelde Moore è coperto, niente. Ward pure. Dove sei, Santonio? Eccolo là, ma è addirittura triplicato. Però forse con una palla esterna... Un proiettile di forma ovale viene sparato dal cannone montato sul braccio di Roethlisberger, diretto verso le mani del numero 10 in maglia bianca. Il difensore più esterno è tagliato fuori. Quello davanti salta per intercettare la palla, ma è troppo alta per lui. Holmes salta. Certo che esterna è esterna... Presa! L'ha presa!!! Ma sarà riuscito a tenere i piedi in campo? Secondo gli arbitri sì, è touchdown. Aspetto ad esultare, sicuramente la andranno a rivedere, non possono permettersi il minimo dubbio sull'azione che deciderà l'esito del Super Bowl. Ecco il replay: beh sul piede sinistro non ci sono dubbi. Quello destro... sì!!! Dentro!!! Dentro!!! Touchdown!!! Touchdown!!! 27-23!!! Come l'anno scorso con la ricezione di Plaxico Burress, a 35'' dalla fine la squadra in svantaggio si è portata sul +4, costringendo gli avversari a cercare la end zone pure loro, un field goal sarebbe assolutamente inutile. Ora calma però, non è ancora finita. Arrington ritorna il kickoff sulle 23. 29 secondi. Warner trova il solito Fitzgerald e guadagna 20 yards. 22 secondi. Timeout. Warner vira su Arrington e le 13 yards guadagnate lo portano nell'altra metà campo, sulle 44. 15 secondi. Ultimo timeout. Snap. Warner non trova ricevitori liberi, prova con un po' di scramble ma si accorge che sta andando dalla parte sbagliata, di lì bazzica Woodley, meglio evitare. Quando si appresta a lanciare, però, sente la terra mancargli da sotto i piedi: proprio il numero 56 ha fatto in tempo a liberarsi del bloccante e a colpire il malcapitato Kurt con uno dei suoi placcaggi. Non solo sack: la palla sfugge dalle mani del veterano quarterback e cade per terra, è fumble! I 129 Kg di Brett Keisel ricoprono la palla ed ora è davvero finita! Big Ben uccide il cronometro inginocchiandosi e i Pittsburgh Steelers sono campioni del mondo per la sesta volta nella loro storia, nessuno come loro. Mentre a Tampa i giocatori si abbracciano e fanno il tradizionale gavettone al dott. Foreman, ehm, scusate, a coach Mike Tomlin (dai, sono uguali), che nel frattempo è diventato l'allenatore più giovane di sempre a vincere il Super Bowl (36 anni, meno di Warner!), io immergo la mia faccia nella maglia nera numero 86 che indosso. L'emozione è così grande che mi si lucidano gli occhi, cosa che non mi capitava da molto tempo (almeno relativamente ad un evento sportivo); mi ricompongo ed assisto alla premiazione, dove Santonio da Padova viene meritatamente nominato MVP. Un grande trionfo, peccato non averlo vissuto insieme ad una persona che, a quanto pare, ha avuto cose più importanti da fare. Ci sarebbe anche da fare la conclusione moralistica come l'anno scorso (a proposito: se siete arrivati fin qui, COMPLIMENTI. Io non ci sarei riuscito), mi affido a Sir Charles Barkley: "If you are afraid of failure you don't deserve to be successful!".


Sproloquio di tommyblizzard alle 01:24

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categoria : football

lunedì, 02 febbraio 2009, ore 17:31

Non poteva mancare quest'anno il post dedicato al Super Bowl, soprattutto perchè stavolta non ci sono due squadre qualsiasi a contendersi quello che probabilmente è il trofeo più ambito d'America: una di esse sono i "miei" Pittsburgh Steelers. Contrariamente all'anno scorso, in regular season non c'è stato nessun rullo compressore da 16-0 (anche se i poveri Lions sono riusciti nell'impresa diametralmente opposta) e ad inizio playoffs non c'era un chiaro favorito alla vittoria finale; ciononostate, gli acciaieri erano tra le squadre più accreditate alla vittoria finale, merito di una difesa semplicemente devastante, del secondo miglior record della NFL (12-4, ad una sola vittoria dai Titans) e forti della loro tradizione. La squadra della Pennsylvania, infatti, ha già vinto ben 5 Super Bowl nella sua storia, nessuno meglio di loro (ma due squadre come loro, Dallas e San Francisco), di cui l'ultimo "solo" 3 anni fa in una sfida alla quale presero parte molti dei giocatori attualmente in rosa. Dall'altra parte, gli Arizona Cardinals sembrano l'esatta antitesi degli Steelers: qualificati con il secondo peggior record (9-7) in una Division materasso, a detta di molti sono "l'intruso", in quanto l'unica squadra che ha fatto peggio di loro (San Diego, 8-8) è in un momento di forma smagliante ed è indicata come probabile sorpresa della post season. La loro forza è l'attacco, il terzo della NFL, guidato da Kurt Warner (su cui approfondirò dopo) e composto di ottimi elementi tra cui spicca il ricevitore Larry Fitzgerald, autore di un'annata strepitosa in cui ha guadagnato più yards su ricezione di chiunque altro. In questo senso c'è un parallelismo rispetto all'anno scorso: siamo in presenza di una favorita e di un underdog anche se il matchup non è così sbilanciato come nella precedente edizione, vuoi perchè gli Steelers non sembrano così onnipotenti come i Patriots (allora) imbattuti, vuoi perchè i Cardinals non hanno avuto i travagli dei Giants, vuoi perchè ci si ricorda come finì l'anno scorso. Proprio questo ultimo particolare contribuisce ad inquietarmi non poco... Un punto dove non vi è analogia con il Super Bowl XLII è la storia dei due quarterback. In cabina di regia a Pittsburgh c'è Ben Roethlisberger, 26 anni, origini svizzere e titolare nella vittoria di 3 anni fa, dove fece segnare due record: diventò infatti il più giovane quarterback a vincere l'anello ma anche quello con il peggior rating (un misero 22.6). Il suo stile di gioco si basa su una grande mobilità e una formidabile capacità di evadere i sack avversari, merito della sua stazza fisica (196 cm per 106 Kg) e di una offensive line colabrodo che l'ha costretto a sviluppare queste doti; è anche un ottimo scrambler, cosa che l'ha portato a chiudere molti down e segnare parecchi TD correndo. Dall'altra parte, Kurt Warner, 37 anni: dopo il college non venne neanche draftato ed andò a lavorare in un supermercato, poi fece l'assistente allenatore sperando in un provino per la NFL, passò per l'Arena Football League e la NFL Europe prima di convincere i Saint Louis Rams a dargli una chance nel 1999. Quello stesso anno fu nominato MVP sia della stagione che del Super Bowl che vinse contro i Titans; due anni dopo ottenne lo stesso riconoscimento ma al Super Bowl perse contro i Patriots del giovane Brady. Poi, una serie di annate mediocri, il trasferimento prima a New York sponta Giants a fare da chioccia al giovane Eli Manning ed infine ai Cardinals, dove in teoria avrebbe dovuto fare altrettanto con il neo draftato Matt Leinart; da segnalare che in entrambi i casi Warner venne presto scavalcato dal relativo rampollo nella gerarchia dei quarterback. Nel 2008 la rinascita: stagione strepitosa, 4.583 yds lanciate, 68% di passaggi completati, 30 passaggi da TD, rating medio di 96,9 e posto da titolare al Pro Bowl. Inspiegabilmente, il titolo di MVP venne assegnato a Peyton Manning, che infatti uscì subito dai playoff contro i Chargers... Quindi, due grandi quarterback dalle indiscusse doti (anche se Big Ben non sempre riceve dai media gli elogi che meriterebbe) e non più il vincente contro il loser: ogni elemento di discontinuità con l'anno passato è sembre ben accetto, di solito non sono scaramantico ma in certi momenti è difficile non esserlo. Differente anche il percorso delle due squadre fino a Tampa, sede dell'epico match che vi racconterò: Pittsburgh ci arriva battendo da favorita e, tutto sommato, agilmente (o comunque in maniera più netta di quanto recitino i punteggi) i Chargers e i Ravens, mentre Arizona è l'underdog in tutte e tre le partite, dove batte prima i giovani Falcons, poi i Panthers (seconda squadra della NFC) ed infine gli Eagles, forse la squadra più in forma, in partite mozzafiato. I protagonisti sono quelli annunciati: per gli Steelers la difesa ferrea che ogni tanto si toglie pure il vizio di sostituirsi all'attacco e per i Cardinals l'attacco devastante guidato dalla coppia Warner-Fitzgerald. È tutto pronto, il Super Bowl sta per cominciare, ma il racconto della partita lo metterò nel prossimo post  (che conto comunque di realizzare entro sera) per spezzettare un po' il tutto.

Sproloquio di tommyblizzard alle 17:31

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categoria : football