giovedì, 25 giugno 2009, ore 01:13

San Venanzio è un posto apparentemente insignificante. È una frazione della ben più nota Maranello che conta, ad occhio, 3-400 abitanti ed è il primo centro abitato che si incontra salendo verso il Monte Cimone sulla via Giardini. Non ha un bar, non ha un'edicola e forse aprire un esercizio commerciale che assolva entrambe le funzioni potrebbe rivelarsi redditizio: i residenti non sarebbero costretti a fare 10 km complessivi per andare a comprare il giornale in città ed avrebbero un punto di ritrovo vicino a casa, oltre che un luogo dove poter sorseggiare qualcosa di freddo o, perché no, gustare un gelato per combattere la calura estiva che si fa sentire anche a 270 metri sul livello del mare. C'è solo il negozio di alimentari dei fratelli Valenti, dove però si trova della carne di ottima qualità, e un piccolo forno tappezzato di poster, magliette ed altro materiale del Modena FC. In compenso, ci sono ben due ristoranti, distanti 300 metri l'uno dall'altro: alla Scalinata si trovano i tipici piatti della cucina modenese, compresi ovviamente il gnocco fritto e le crescentine, orgoglio del Frignano, mentre al Postiglione le tradizioni geminiane vengono gemellate con quelle lucane e con la pizza.
A chi ha vissuto per quasi 22 anni in centro a Maranello, sopra un'officina e di fronte ad una delle principali arterie della provincia, le differenze sono palesi: non si deve più spostare il letto di fronte alla porta-finestra spalancata per tentare di dormire, non si è più svegliati alle 8 di sabato mattina dal rombo delle auto da corsa preparate al piano di sotto, il panorama che si vede dalla finestra è senz'altro più piacevole e tante altre piccole cose. Quella che invece non cambia è la sensazione che questo posto, in un modo o nell'altro, non faccia per sè: sarà perché la gente è molto provinciale e pensa di poter pontificare su come funziona altrove nonostante il posto più lontano che abbia visto sia Pinerolo, sarà perché la provincia di Modena non è un paese per giovani (semi-cit.), sarà perché le facce sono sempre le stesse e se uno si trova male in un gruppo non è così facile trovarne un altro, sarà come sarà resta il fatto che è da tanto tempo che si sogna di emigrare.
Poi una sera capita che ci si trovi davanti a casa ad aspettare degli amici con cui andare a bere qualcosa e che costoro siano in ritardo: l'occhio cade sullo spettacolo offerto dalla pianura padana alle 21 di un giorno di inizio estate. In questo frangente, San Venanzio diventa una piccola Beverly Hills da cui ammirare una distesa di luci artificiali paragonabile a quella di Los Angeles: invece di Rodeo Drive si vede Sassuolo, la città un po' fighetta arricchitasi con le ceramiche che tutto d'un colpo ha ripudiato coloro che l'hanno governata per 64 anni. Al posto di Downtown LA c'è Modena, con le luci dell'inceneritore che sembrano ricalcare quelle del Parlamento di Oslo dipinto da Edvard Munch nel suo “Sera sul viale Karl Johan”. Ed infine, al posto di Hollywood Boulevard c'è Bologna, la storica nemica della propria città natale che non è mai stata odiata, fonte di gioie e dolori, di speranze ed illusioni, di gratificazioni e delusioni, di bei ricordi e di grandi rimpianti, di scelte la cui validità è tutt'ora in discussione, da cui vengono persone favolose e personaggi ignominiosi. E viene da chiedersi se in realtà questa piccola replica di California meridionale non sia poi così male, se non sia una scelta troppo drastica quella di andarsene, se in fondo quelle persone che chiedevano come mai uno non vedesse l'ora di partire, tanto disprezzate per la loro miopia, avessero poi tutti i torti nel porre quella domanda. Se basta un singolo evento a farti cambiare così radicalmente un'opinione o, quantomeno, a fartela mettere in discussione, è il caso di ripensare alla medesima e di aspettare un po' per vedere le cose con maggiore chiarezza? Ma non si era detto che d'ora in poi si avrebbe agito di più e meditato di meno in modo da carpire tutti quei dies che sono sfuggiti nel passato?
Nel mentre, è arrivato il Freelander del Cap, con a bordo Piti, il Put e quel deficiente di Luca che era completamente ignaro del fatto che da due anni mi fossi trasferito a San Venanzio. Si parte per la Terra di Mezzo a Savignano sul Panaro, destinazione di cui è impossibile non cogliere l'ironia: è situato in una frazione (Magazzino) di una città celebre (per la Venere), è proprio sul confine tra Modena e Bologna, il suo nome evoca una terra mitica, enorme e lontana ma in realtà è in un posticino a 30 minuti di macchina da casa. Come se non bastasse, durante la serata gli altoparlanti del pub prendono una pausa dal metal inviando nell'etere le note di Only time di Enya, cantante nativa dell'isola di smeraldo che ha rappresentato una parte molto importante della mia vita e canzone che associo ad una persona ancora più importante; a questo punto anche un solido razionalista come me si trova a chiedersi se il destino esista veramente. Intanto, ho capito anche un'altra cosa: con una penna in mano sono quasi irrefrenabile. Luca e gli altri sono habituè della Terra di Mezzo e nei fogli bianchi di un vecchio menu tengono una specie di diario di bordo, al quale ieri sera ho contribuito anche io; beh, dopo la fredda (ma neanche tanto, mi conoscete) cronaca di quanto stava accadendo, ho iniziato con i miei flussi di coscienza joyciani e solo la proposta di un giaguaro mi ha fermato dallo scrivere una pagina di dimensioni bibliche. Forse vuol dire qualcosa, forse no: però ho un dato in più su cui ragionare e mi sta bene così.

PS sulla sinistra continuo ad aggiungere le foto dei miei viaggi.

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martedì, 02 giugno 2009, ore 23:03

Giocatori, in rigoroso ordine numerico.

Sharrod Ford: devastante l'anno scorso a Montegranaro, altalentante quest'anno a Bologna. Mette in mostra tutti i suoi pregi (immarcabile se riceve in pick and roll, stoppatore disumano, capace di ricevere passaggi ad altezze siderali grazie alla sua esplosività, buon raggio di tiro), ma anche tutti i suoi difetti (assenza pressochè totale di movimenti spalle a canestro, subisce nei duelli fisici con pari ruolo più grossi, tende ad addormentarsi sui tagliafuori, a saltare alla prima finta in difesa e a commettere falli evitabili in poco tempo). Boniciolli lo vede come 4, ma lui dimostra di trovarsi meglio da centro. Con l'ingaggio che percepisce, avrebbe dovuto essere più costante. Esemplificativo il fatto che chiuda al primo posto nelle classifiche di rimbalzi (9.5), stoppate (1.4) e falli fatti (3.2). Io l'avrei tenuto, ma pare che Sabatini voglia monetizzare con il suo buyout liberandosi anche di un ingaggio pesante.
Petteri Koponen: alla prima esperienza fuori dalla natia Finlandia dimostra di essere un giocatore ancora molto acerbo. In difesa offre un buon contributo, ma in attacco appare molto timido, soprattutto quando si tratta di attaccare la difesa schierata. Il talento c'è e si vede, forse gli gioverebbe un anno in prestito in una squadra da classifica medio-bassa.
Brett Blizzard: con l'arrivo di Boniciolli si trova ai margini delle rotazioni, chiede la cessione, si pente. viene reintegrato ma, almeno in campionato, non va mai oltre i 9 punti in 19' nel derby di ritorno. Si riaccende nei playoffs, dove tira con il 52% da 3, ma ormai è tardi. Dall'infortunio nella finale scudetto contro Siena non sembra più quello della sua prima stagione bianconera, l'impressione è che con le nuove regole sui passaportati il suo futuro sia lontano da Bologna. Peccato, mi è sempre piaciuto ed ormai era un veterano.
Jamie Arnold: buco nell'acqua. Arriva alla Virtus per cifre importanti portando con sè un ottimo bagaglio di esperienza ad alto livello in Europa, prima col Maccabi poi con l'Hapoel Jerusalem, ma non è mai incisivo. Boniciolli lo sposta nello spot di centro ma la musica non cambia, a gennaio viene tagliato per far posto a Terry.
Alex Righetti: grandi attese su di lui dopo l'ottimo campionato ad Avellino, dove si è affermato come uno dei migliori italiani del campionato. In difesa lavora bene, ma in attacco delude molto: dimezza la sua media punti e non infila mai i canestri pesanti (tranne che in due occasioni). L'arrivo del suo mentore Boniciolli gli aumenta il minutaggio ma non la valutazione: a sua parziale discolpa, va detto che viene utilizzato in un ruolo non suo. Con la penuria di italiani di livello in circolazione non è però escluso che possa rimanere.
Earl Boykins: i 3,5 milioni di dollari di ingaggio lo rendono il giocatore più pagato di sempre in Serie A, i suoi 164 cm ufficiali quello più basso. Reduce da 11 anni di NBA, arriva come il giocatore che dovrebbe fare la differenza e così è, in effetti: quando gira, la Virtus vince, quando non gira, spesso e volentieri perde. Alterna momenti di estasi cestistica a corazzate Kotiomkin di fantozziana memoria, arrivi ad amarlo ed un momento dopo a volerlo sottoporre a torture medievali. Inguardabile nei playoff, dove chiude con un orripilante 11/48 dal campo. Aria.
Guilherme Giovannoni: non è più decisivo come un tempo e a questi livelli a volte pare inadeguato, ma in campo dà sempre tutto quello che ha, motivo per cui i tifosi della Virtus vorrebbero a referto altri 11 come lui. Per questo (e per i problemi di falli ed infortuni dei lunghi bianconeri), di riffa o di raffa, i suoi minuti riesce sempre a guadagnarseli. Il suo agente propone cifre irrazionali per il rinnovo, cosicchè viene silurato anzitempo; Sabatini lascia la porta aperta in caso di ripensamento, è possibile che Gui faccia di tutto per rimanere.
Roberto Chiacig: parte come quarto lungo ma si trova a disputare minuti importanti, soprattutto con Boniciolli che, almeno all'inizio, lo promuove a centro titolare. L'età avanza inesorabile e si vede, ciononostante risponde sempre presente e il suo contributo lo dà (quasi) sempre. Purtroppo, ormai, più di un quinto lungo non potrà essere.
Keith Langford: arrivato in sordina e solo perchè dopo l'addio di Bynum serviva uno che attaccasse il canestro, diventa il giocatore chiave della squadra e viene votato come terzo miglior cestista del campionato. Difensore sublime, penetra nelle aree avversarie come Rocco Siffredi nelle (vabbè ci siamo capiti), segna canestri irreali in equilibrio precario, regala ai fotografi schiacciate da NBA Action, la mette dall'arco, finisce 13° nella classifica degli stoppatori nonostante sia una guardia di 193 cm e, non pago, viene nominato MVP della finale di Eurochallenge. I tifosi lo adorano e il sentimento è ampiamente ricambiato, gli è stato rinnovato il contratto ma non è detto che non verrà sacrificato sull'altare del bilancio, magari in una big europea. Io, comunque, dico solo questo.
Dusan Vukcevic: vive del suo tiro da 3, che mette a segno il 44% delle volte, ma alterna serate da 1/7 ad altre da 4/4. Quelli pesanti, comunque, tende a metterli, specialmente la bomba a 2' e 20'' dalla fine che regala alla Virtus il derby di ritorno e a lui, nativo di Sarajevo come Danilovic, un posto nella hall of fame bianconera. Io lo terrei.
Reyshawn Terry: parte fortissimo, dando alla Virtus quell'atletismo che mancava, poi anche lui inizia ad avere un andamento sinusoidale, dimostrando preoccupanti limiti difensivi. Strepitosa gara 1 di playoff, poi una fastidiosa periostite lo mette KO. Peccato, davvero.

Staff

Renato Pasquali: la sua conferma lascia perplessi in molti e il suo esonero alla quinta giornata, dopo due sconfitte che puzzano di sciopero, non fa certo ricredere i suoi critici. Il suo merito più grande è l'aver voluto fortemente Langford, ma in fondo anche sul resto non ha grandi colpe, il suo destino pareva segnato già dall'inizio.
Matteo Boniciolli: secondo alcuni era l'obiettivo primario già in estate dopo il miracolo avellinese dell'anno precedente, il matrimonio ritardato gli consegna una squadra non sua e così è difficile. Parte con 7 vittorie di fila, poi si mette in testa che il miglior centro della stagione scorsa non è adatto a giocare da centro e retrocede Giovannoni nello spot di 3 dove ha sempre sofferto; in seguito si cosparge il capo di cenere, porta la squadra in finale di Coppa Italia, alla vittoria di Eurochallenge e al secondo posto. Dopo la coppa, però, la squadra crolla e certe sue scelte lasciano perplessi; chiede un rinnovo faraonico, viene silurato.
Claudio Sabatini: il personaggio è quello, nel bene e nel male, inutile tentare di cambiarlo, prendere o lasciare. Però certe cose come i casi Blizzard e Boykins potevano essere trattati in maniera meno mediatica e certe sue "sparate" gli stanno alienando molti consensi tra i tifosi, ossia coloro che pagano il biglietto per entrare alla Futurshow Station. In pochi credono che cederà la Virtus, ancora meno quelli che pensano ad una squadra con obiettivo-salvezza, comunque andrà mi permetto di dare tre piccoli consigli a colui che ci ha salvato nel 2003: lavare più spesso i panni sporchi in casa propria, ingaggiare il prima possibile il nuovo allenatore, lasciare che siano lui e il GM Faraoni a costruire la squadra. Chiedere di più sarebbe, forse, chiedere troppo.

PS nella colonna di sinistra, ho iniziato ad aggiornare la sezione "viaggi" con le foto della vacanza-studio a Miami del 2004, la mia prima con fotocamera digitale. Le immagini sono su Picasa (porqué Picasa es mi casa), se ne avete voglia dateci un occhio.

Sproloquio di tommyblizzard alle 23:03

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lunedì, 19 gennaio 2009, ore 19:37

La nostra esplorazione di Chicago inizia dal Loop, ovvero dal centro. La fermata della metro è all'interno di un centro commerciale da cui uscire non è così facile, vista la mancanza di indicazioni e riferimenti, ma quando riusciamo a mettere la testa fuori i grattacieli vetrati della Windy City ci accolgono in uno spettacolo di luce grandioso. Dopo qualche passo capiamo anche il perchè del suddetto soprannome: c'è un vento veramente notevole. Attraversiamo il ponticello sul Chicago River e ci incamminiamo lungo quello che la guida chiama "il tour delle cartoline"; la grande vena artistica della terza città degli USA è testimoniata dalle sculture di Picasso e Mirò (due pivelli, proprio...) che incontriamo lungo il cammino. Passiamo il celebre Chicago Theatre ed arriviamo sotto l'Old Marshall Field's Clock, il grande orologio divenuto il punto di incontro dei "chicaghesi" (incluso Jonathan Grass) sin dalla fine del XIX secolo, dopodichè entriamo nel Millennium Park. Qua ci attende una delle più famose nonchè controverse opere d'arte della città, il Cloud Beam, meglio conosciuto come "the bean", il fagiolo: qua però è d'obbligo un approfondimento. Quando nel 2004 la suddetta scultura di Anish Kapoor venne presentata, nonostante dovesse ancora essere ultimata, gli abitanti la accolsero abbastanza freddamente: "tutto qui?", si chiedevano, "abbiamo pagato 23 milioni di dollari per questa roba qui?". Subito dopo venne nuovamente coperta per permettere allo scultore di terminarla, causando ulteriore malcontento tra la popolazione: "abbiamo pagato 23 milioni per un pezzo di metallo ed ora non possiamo neanche vederlo?". Due anni dopo, però, la scultura definitiva venne rivelata e i cittadini se ne innamorarono subito, per via di come riflette sia il cielo che lo skyline, perchè ci puoi anche passare sotto e per tutta una serie di ragioni che tanto piacciono agli americani, tant'è che abiurarono immediatamente il loro precedente scetticismo e fecero entrare il fagiolo magico nei loro cuori. Finito l'excursus, riprendiamo: sempre nel Millennium Park c'è la Crown Fountain, altra americanata che attrae tanti bambini vogliosi di sguazzarci dentro. Usciamo dal parco e passiamo davanti al celebre Art Institute e ai suoi leoni di bronzo che ne sorvegliano l'ingresso e che, ogni volta che la bacheca di qualche squadra di Chicago si arricchisce di un nuovo trofeo, vengono addobbati con i relativi colori; a breve distanza c'è un'altra opera d'arte pubblica, il fenicottero di Alexander Calder e l'ultima tappa della nostra gita mattutina (anche se sono già le 2 del pomeriggio), ovvero la Sears Tower, l'edificio più alto degli Stati Uniti (pre ed ovviamente post Twin Towers). Ci allineamo alla chilometrica coda e finalmente riusciamo a salire: lo spettacolo è impressionante ed è un peccato che, contrariamente a quanto succede sulla CN Tower di Toronto, non si possa uscire sul terrazzo per fare delle foto, anche se la mia fida Panasonic farà un ottimo lavoro per limitare al massimo l'effetto riflettente delle finestre. Dicevo dello spettacolo: se ci si rivolge verso Nord lo sguardo si perde tra le apparentemente infinite acque del lago Michigan, mentre a Sud si è di fronte ad un analoga impressione con il cemento, occasionalmente intervallato dal Chicago River e da qualche macchia verde. Si nota chiaramente la Route 66, che inizia proprio a pochi passi dalla torre, ed aguzzando un po' la vista si vedono il Soldier Field, casa dei Bears, e lo United Center, tana dei Bulls. Tornando indietro ci fermiamo al Bourgeois Pig, dove fanno delle ottime pseudo-focaccie con un ripieno a 2 cifre e, viste l'ora e la situazione della valigia, decidiamo di dedicare il resto del pomeriggio alla lavatrice. Nient'altro da segnalare per oggi, domani spedizione allo United Center!
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Sproloquio di tommyblizzard alle 19:37

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categoria : vacanze

mercoledì, 14 gennaio 2009, ore 18:43

Ci alziamo giusto in tempo per il check out e, essendo tremendamente in anticipo, ammazziamo un po' il tempo navigando su internet dai terminali della lobby. Scaduto il nostro orario, prendiamo su armi e (soprattutto) bagagli e ci dirigiamo verso la nostra cara fermata Arlington, da dove avremmo preso la metro per l'aeroporto. Una volta lì ci rechiamo al check in della American Airlines e notiamo subito l'enorme coda davanti al medesimo, costituita in buona parte da gente diretta in Costa Rica (che, a occhio, sarà un terzo della popolazione effettiva). Dopo due ore di attesa tocca a noi e ci accorgiamo della PIACEVOLE novità: su AA le valigie si pagano. Già, non è la tassa sul bagaglio troppo pesante, devi pagare 25 dollari in più se vuoi imbarcare una valigia nella stiva e altri soldi in caso essa ecceda la franchigia massima consentita: paghiamo il pizzo e ci dirigiamo al gate, dove abbiamo tutto il tempo per pranzare visto che il nostro aereo accumula ritardo su ritardo. Una volta a bordo, altra ottima notizia: i pasti sono a pagamento. D'accordo che eravamo sazi, ma avere sulla compagnia di bandiera di un paese che non è proprio del quarto mondo gli stessi disservizi delle compagnie low cost (ovviamente senza le stesse tariffe) è un tantino deprimente. Se non altro le tre ore di viaggio scorrono senza intoppi e durante l'atterraggio ci godiamo una splendida visuale dall'alto dei Great Lakes che si estendono a perdita d'occhio: se uno non lo sapesse, potrebbe giurare di star sorvolando l'oceano. Dopo aver preso le valigie studiamo la strategia migliore per andare al nostro ostello: ancora una volta la metropolitana risulta la soluzione migliore. Una volta in viaggio, notiamo subito una cosa curiosa: c'è una fortissima disomogeneità nella distanza tra le varie fermate. Capita che tra due successive possano passare 40 secondi come 5 minuti e la cosa non aiuta certo a rendersi conto delle reali distanze tra i vari punti. Dopo un'ora e mezza di metro e un cambio arriviamo alla nostra fermata, Fullerton, dove usciamo tramite gli scomodissimi tornelli e ci incamminiamo verso il nostro ostello. Ad accoglierci c'è l'attraente Lisa, che ci assegna la nostra stanza e ci fornisce qualche indicazione sul quartiere: andiamo ad appoggiare le valigie e notiamo subito che, nonostante fossimo negli USA spreconi, in questo ostello non vi è traccia di aria condizionata. Le alternative sono due: tenere la finestra aperta o usare un ventilatore risalente, ad occhio e croce, all'anteguerra. La prima ipotesi viene presto scartata causa il diabolico meccanismo di apertura che mette in difficoltà anche un futuro ingegnere aerospaziale come Ale e, soprattutto, delle zanzare, e neanche la seconda sembra essere vincente, siccome l'aggeggio è piuttosto rumoroso: troviamo il compromesso migliore con il ventilatore a velocità media messo sul tavolino per poter essere puntato direttamente sui nostri corpi. Dopo una veloce doccia, ci rechiamo fuori per trovare un posto dove mangiare e la scelta cade su un pub poco distante dall'ostello, in cui seguiamo in diretta la cerimonia di apertura dell'Olimpiade (o perlomeno la sfilata degli atleti). Il tempo di compiacersi perchè qualcuno al juke box ha scelto di mettere su "Say it ain't so" dei Weezer e si torna in ostello per smaltire le scorie del viaggio: domattina si punta diretti verso il Loop, il centro di Chicago.

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categoria : vacanze, olimpiadi

domenica, 02 novembre 2008, ore 18:55

Il programma della mattina prevede il giro di Beacon Hill: un tempo il quartiere degli afroamericani, oggi è una delle zone residenziali più chic di Boston, con le case in perfetto stile New England e i viali stretti. Si parte sempre dal Boston Common e si va verso l'alto: prima tappa è il Robert Gould Shaw Memorial, monumento ai soldati afroamericani morti durante la guerra civile. Una volta iniziata la salita ed entrati nelle stradine di cui sopra, si giunge al Nichols House Museum, museo dedicato a Rose Standish Nichols, storica leader delle suffragette, nonchè una delle pochissime case di Beacon Hill aperte al pubblico; girando a sinistra si arriva su Mount Vernon Street, definita da Henry James "la strada più rispettabile d'America", e, poco dopo, alla seconda casa di Gray Otis, immobiliarista, senatore e sindaco di Boston del XVIII secolo. Entrando in Willow Street si arriva ad Acorn Street, la strada più stretta della città nonchè uno dei suoi luoghi più famosi e fotografati: questo vicolo in pavè un tempo ospitava molti artigiani e il personale di servizio delle mansioni adiacenti. Tornando indietro ci infiliamo in Louisburg Street, la via più prestigiosa di Boston, dove viveva la scrittrice Louisa May Alcott e dove risiede il senatore John Kerry, candidato presidente nel 2004, con sua moglie Teresa Heinz (sì, proprio l'Heinz del ketchup, della maionese...). Nel bel mezzo di Pinckney Street, invece, vi è quella che un tempo era la casa di Susan Hillard, divenuta famosa per il rifugio dato a schiavi fuggitivi nonostante suo marito fosse contrario all'abolizione della schiavitù; dall'altra parte della strada si trova un condominio che un tempo fu la Phillips School, ossia il primo liceo bostoniano con integrazione razziale e sessuale. Sempre nelle vicinanze c'è una delle case più vecchie del quartiere, quella in cui risiedeva George Middleton, cocchiere afroamericano molto attivo nella sua comunità che divenne prima comandante di un reggimento di soli neri durante la Rivoluzione Americana (i Bucks of America) poi Gran Maestro della Loggia Africana, setta massonica ugualmente composta. Il percorso "nero" continua con il Museum of African-American History, dove ci fermiamo per una visita: è piccolo e siamo gli unici 2 visitatori, però è fatto bene, interessante, ci viene mostrato un video sulla storia dei neri nel Massachussets e di come sia diventato il primo stato ad abolire la schiavitù e ci intratteniamo un po' a parlare con la "guida", un ragazzo nato negli USA da genitori nigeriani. Usciti dal museo arriviano al Holmes Alley, un vicolo stretto e tortuoso ben noto agli schiavi fuggitivi che riuscivano ad eludere l'inseguimento dei loro cacciatori nascondendosi tra le sue ombre; poco dopo si trova l'ex casa di Lewis Hayden, anch'essa rifugio di molti schiavi fuggitivi, di cui si narra che fosse solito ammonire i cacciatori di schiavi in avvicinamento dicendo "leave in peace o leave in pieces" ("andatevene in pace o andatevene a pezzettini", sembra infatti che il buon Lewis nascondesse in casa sua un arsenale ben fornito ed infatti nessuno osò mai perquisire casa sua). Finito il giro, Alex avanza la richiesta di visitare Fenway Park, storico stadio dei suoi Boston Red Sox: essa viene naturalmente accettata, ma l'idea di farsela a piedi lungo il Charles River diventa un tantino estenuante. Ci fermiamo a mangiare in una cafeteria vicino al Boston College e ci rechiamo in uno dei templi del baseball: è uno dei pochissimi stadi vecchio stile, non ancora convertito in una di quelle strutture ipertecnologiche moderne, i suoi 96 anni si vedono tutti ma la struttura regge ancora. Chi segue il baseball saprà che i Red Sox sono diventati famosi loro malgrado per una delle astinenze più lunghe della storia dello sport professionistico: sono stati infatti per ben 86 anni (1918-2004) senza vincere un titolo, perdendo partite in maniera impensabile ed alimentando la leggenda della maledizione di Babe Ruth. Lì vicino c'è il negozio ufficiale della squadra, dove c'è veramente di TUTTO con i colori dei bostoniani, anche la biancheria intima (tanga inclusi): io mi limito a prendere una maglietta per mio padre mentre Alex prende l'immancabile pallina per la collezione. Dopo la visita, prendiamo la metro ed andiamo a riposare i piedi al Boston Common, dove ci godiamo anche lo show di uno scoiattolo prima che venga interrotto da un gruppo di ragazzini spagnoli. La sera, dopo qualche foto allo skyline di Back Bay dal tetto dell'ostello, ci rechiamo a cenare all'Intermission ma notiamo ben presto che il locale è strapieno: che fare? Beh, si dovrà tornare da Picco...

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categoria : vacanze

giovedì, 16 ottobre 2008, ore 23:45

Dopo aver testato l'ottima colazione offerta dall'ostello, prendiamo la metro fino al Boston Common, il giardino pubblico più vecchio degli USA, e iniziamo il nostro percorso lungo il Freedom Trail, ovvero quel percorso che permette di vedere quasi tutti i luoghi che hanno fatto la storia di Boston. La prima "attrazione" è la Massachussets State House e la sua inconfondibile cupola dorata; dopodichè, una volta attraversato il parco, ci fermiamo ad ammirare la storica chiesa di Park Street e il suo altissimo campanile. Proseguendo su Tremont Street si passa di fianco al cimitero di Granary, riposo di molti patrioti famosi, mentre all'incrocio con School Street si giunge alla King's Chapel, una delle prime chiese non puritane; girando l'angolo si arriva alla Old State House e alla statua in bronzo di Benjamin Franklin, proprio accanto a quella che fu l'ubicazione della prima scuola pubblica americana. Si svolta su Washington Street e si giunge all'Old Corner Bookstore, luogo di ritrovo per celebrità locali e ospiti come Ralph Waldo Emerson e Charles Dickens; poco distante da lì vi è l'Old South Meeting House, dove venne organizzato il famoso Boston Tea Party. Sempre rimanendo su Washington Street, si giunge alla Old State House, ex sede del governo coloniale nonchè luogo dove avvenne la prima lettura pubblica della Dichiarazione d'indipendenza; nel frattempo ci stiamo avvicinando alla zona moderna di Boston e sono molto suggestivi i contrasti tra gli edifici bicentenari che sto descrivendo e i grattacieli di vetro alle loro spalle. Subito dopo questo luogo pregno di significato vi è un anello di pavè a memoria del massacro di Boston del 1770, quando gli inglesi repressero nel sangue una rivolta dei coloni locali, evento che molti considerano come la prima scintilla della rivoluzione americana. Attraversata la piazza, giungiamo a Faneuil Hall, dove molti famosi patrioti tra cui Samuel Adams (la cui statua troneggia di fronte all'edificio) tennero le loro orazioni a favore dell'indipendenza: di fianco ad essa c'è il longilineo Quincy Market, antenato dei moderni centri commerciali, ora opportunamente ammodernato per assolvere a tale funzione. Attraversiamo il mercato ortofrutticolo di Haymarket e ci addentriamo dentro il North End, il quartiere italiano: immagino sia inutile descrivervelo, è come ve lo immaginereste voi, pieno di ristoranti, trattorie, panifici e tutti gli edifici possibili dove si possa acquistare cibo, ovviamente ripieni di richiami calcistici con particolare enfasi sulla vittoria mondiale del 2006. L'unica cosa degna di nota in questa zona è la piazzetta dedicata a Paul Revere, uno dei patrioti più amati a Boston, a due isolati di distanza rispetto a quella che era la sua casa, con tanto di statua equestre; proseguendo lungo Salem Street si giunge presso la Old North Church, i rintocchi del cui campanile furono di grande aiuti ai patrioti per affrontare le battaglie di Lexington e Concord. Attraversiamo dunque il ponte di Charlestown e alla nostra sinistra ammiriamo un edificio che non fa parte del Freedom Trail ma che per me ed Alex è comunque pregno di storicità: il Boston Garden, casa dei Celtics freschi campioni NBA per la diciassettesima volta, nessuno come loro (e anche dei meno blasonati Bruins di hockey). Una volta raggiunta l'altra sponda decidiamo di fermarci a mangiare: seguiamo il consiglio della nostra inseparabile Lonely Planet ed optiamo per il bar Sorelle's, gestito (si capisce) da due consanguinee italiane. La mia scelta è un "Prosciutto Panini" che sa molto di cannibalismo ma che ha al suo interno, oltre al salume, pomodoro e mozzarella, tutto rigorosamente importato dalla nazione stivaliforme: anche il pane è decisamente buono e Sorelle's viene promosso a pieni voti. Concludiamo il Freedom Trail con la visita al porto, dov'è ancorata la USS Constitution, la nave da guerra più vecchia della marina americana, e con il Bunker Hill Monument, commemorativo dell'omonima battaglia e stranamente somigliante al Washington Monument visto qualche giorno prima. Ok, abbiamo finito il giro, ma la giornata è ancora lunga: che fare? Beh, intanto ci rechiamo al Garden a visitare il negozio al suo interno, dove mantengo la promessa fatta prima delle finali ed acquisto la canotta del Grande Biglietto, all'anagrafe Kevin Maurice Garnett; dopodichè decidiamo di prendere la metro ed andare a visitare la zona universitaria. Prima fermata Kendall/M.I.T.: come nota Alex il campus del celeberrimo college è un po' dispersivo, così decidiamo di visitare quello che sembra essere il suo "cuore". Come già potemmo notare 5 anni fa alla CSULB e alla UCLA, negli USA le università sono decisamente di un altro mondo, ma questo probabilmente lo sapete già, inutile dilungarsi troppo: è però doveroso menzionare la nostra visita ad Harvard. Il giardino interno è proprio come lo si vede nei film e nelle serie TV, con gli studenti seduti sotto gli alberi a parlare, cazzeggiare e/o studiare: decidiamo di mimetizzarci a loro, approfittandone per far riposare un po' i nostri piedi. Una volta tornati abili ed arruolati ci rimettiamo in marcia verso la più vicina stazione della metro e ce ne torniamo in ostello: siamo talmente stanchi che, per la cena, decidiamo di tornare da Picco, vista la breve distanza che ci separa. Per un disguido mi portano la pizza sbagliata e per farsi perdonare me la offrono nel mentre che il pizzaiolo prepara quella giusta... Risultato: un'abbuffata notevole che la mattina seguente avrà le sue conseguenze (chi c'era a San Francisco nel 2003 ha idea di cosa parlo), però dopo 10 giorni ci sta tutta!

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Sproloquio di tommyblizzard alle 23:45

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categoria : vacanze

mercoledì, 01 ottobre 2008, ore 00:23

Al mattino il motel offre la continental breakfast a tutti i suoi ospiti: diciamo che abbiamo avuto di meglio, ma non ci lamentiamo. Prendiamo la macchina con le valigie e ci dirigiamo verso Fort McHenry, probabilmente il posto più visitato dai turisti in visita a Baltimore: questo fortino fu determinante nel difendere la città dall'attacco navale dei britannici nella guerra del 1812 e, durante queste battaglie, Francis Scott Key compose la poesia "The Star-Spangled Banner", che divenne in seguito l'inno nazionale degli USA. La versione ufficiale sostiene che, dopo un lungo bombardamento, Key uscì all'aria aperta e vide la bandiera a stelle e strisce (lo Star-Stangled Banner, appunto) ancora alta e trionfante nel cielo, ricevendo così l'ispirazione per il suo componimento. Il fortino è ben conservato e la visita comprende un'interessante ricostruzione in costume della vita dell'epoca, con tanto di esibizione musicale: senza dubbio un'ottima scelta, contando anche il prezzo stracciato del biglietto. Ci fermiamo poi un po' nel parco adiacente a recuperare un po' di liquidi (è una giornata molto calda) e ci divertiamo ad osservare gli immancabili scoiattoli e due splendidi labrador retriever durante una sessione di addestramento per cani da ciechi. È però già ora di partire per l'aeroporto: sulla strada ci fermiamo a fare rifornimento onde evitare la penale e perdiamo un po' di tempo per capire come funziona la pompa della benzina (solo self service), ciononostante arriviamo in tempo alla zona di restituzione auto a noleggio. Un comodo autobus ci porta in aeroporto in 7 minuti spaccati come promesso, facciamo il check in e ci dirigiamo al gate, dove troviamo anche uno stand che prepara ottimi panini; il volo Delta è in orario e l'ora di viaggio trascorre piacevolmente. Ritirati i bagagli, cerchiamo di capire come raggiungere il nostro ostello: il sistema di trasporto pubblico di Boston appare molto ben organizzato, dall'aeroporto si prende un autobus (gratuito) che fa il giro dei terminal e si ferma alla vicina stazione della metro. La "fregatura" sta nel fatto che quello della capitale del Massachussets è il sistema metropolitano più vecchio degli USA, usa (scusate il gioco di parole) ancora le vecchie vetture con conseguenti problemi di spazio e, a parte le stazioni nuove come quella dell'aeroporto, non ci sono scale mobili. Pazienza, faremo un po' di palestra! Il nostro ostello si trova a Back Bay, zona residenziale tranquilla ma piuttosto vicina al quartiere "malfamato" di Boston: il clima è piuttosto strano, c'è un vento freddo ma in assenza di questo si patisce caldo, è opportuno vestirsi a cipolla. Dalla fermata di Arlington c'è una decina di minuti di cammino, arriviamo, facciamo il check-in e ci rechiamo in camera: per la prima volta troviamo una stanza senza aria condizionata, il che non è un problema ma fa sorridere nel paese in cui ad ogni finestra è attaccato (almeno) un condizionatore. Il viaggio ci ha un po' provati, sia fisicamente che aromaticamente, quindi è opportuno fare una doccia prima di scegliere dove cenare: decidiamo di uscire ed andare a sentimento. Appena girato l'angolo di Tremont Street (no, non è dedicata a chi pensate voi) troviamo un ristorante/pizzeria che si chiama "Picco": normalmente saremmo fuggiti a gambe levate, ma siamo a Boston, città piena di immigrati italiani (e relativa prole), quindi decidiamo di dargli una possibilità. Il menu non è confortante, la loro idea di pizza napoletana è basilico e mozzarella di bufala: io opto per una margherita, andiamo sul sicuro. Prima nota lieta della serata: la nostra cameriera. Di viso è carina, non la bellezza perfetta alla Charlize Theron, ma carina; ha un bel fisico, non è esplosiva come Gemma Atkinson nè pennellata come Jessica Alba, ma comunque fatta bene. Quello che mi colpisce però è la sua allegria, non quella forzata che si esibisce al cliente per ottenere una buona mancia ma una sincera radiosità che si evince anche da come parla ai suoi colleghi e ai cuochi: è la tipica persona che ti fa stare bene anche solo standole vicino. Giunge il redde rationem: ci portano la pizza. L'aspetto è discreto e il sapore non è affatto male: chiaro, la pizza "vera" è un altra cosa, ma questa è piuttosto buona e la differenza con le pizzone americane è lampante, si nota lo zampino tricolore. Insomma, questo test è andato piuttosto bene. Non ci resta che tornare in ostello e trascorrere la nostra prima notte bostoniana.

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Sproloquio di tommyblizzard alle 00:23

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martedì, 23 settembre 2008, ore 21:36

Per andare a Baltimore abbiamo pensato di usare uno dei pochi mezzi da noi non ancora adoperati sul suolo americano: l'automobile. Alex ha prenotato una macchina presso la Alamo: non si ricorda marca e modello, ma assicura di averne scelta una con un bagagliaio abbastanza capiente da contenere le nostre valigie e con un navigatore satellitare che ci impedisse di perderci in mezzo al Maryland. Passiamo la nostra ultima mattina a Washington su internet a cercare un motel nei dintorni della ventesima città più grande degli USA e ne troviamo uno della catena Ramada a Catonsville, 15 minuti di auto dalla nostra destinazione. Fatto questo, procediamo al check out e ci incamminiamo verso la stazione della metro: destinazione Union Station, dove dobbiamo ritirare la macchina. È ancora presto, quindi pranziamo al food court della stazione: noto con piacere che è presente anche il chiosco di Jimmy the Greek, cucina greca (ma va?) che due anni fa a Vancouver fu molto gettonata nelle pause pranzo. Stavolta però i souvlaki non sono all'altezza delle loro potenzialità, buoni ma piuttosto tamugni; faccio fatica a finirne uno però mi viene un po' di nostalgia della terra ellenica. Consumato il pasto, ci rechiamo al banco della Alamo e da qui inizierà una giornata molto avventurosa: ci comunicano che hanno finito i GPS per cui niente navigatore satellitare. Il loro modo di scusarci è darci una cartina di Washington! Un tantino contrariati, ci dirigiamo verso il loro parcheggio per ritirare la macchina: è una bellissima Pontiac G6 3.5 V6 da 200 cavalli color bordeaux. L'interno è piuttosto comodo e mentre Alex si siede alla guida io assumo il ruolo di navigatore: i motivi sono semplici, l'Alamo ha solo i dati della patente di Alex ed egli ritiene di avere un pessimo senso dell'orientamento. Nell'uscire dal garage il nostro pilota inizia a prendere confidenza con il freno, molto più potente di quello della sua 147, e con il fatto di dover tenere il piede sinistro a riposo (siamo negli USA, c'è il cambio automatico). Io fatico un po' a localizzare la nostra posizione sulla mappa ma, una volta identificata, riesco senza problemi ad indicare la strada per la Interstate 95: è l'autostrada che parte dal Maine ed arriva fino a Miami, in un certo senso è il corrispondente americano della A14. Sulla highway comprendiamo che molti dei luoghi comuni sul guidare negli USA sono falsi: pur viaggiando 5 miglia orarie sopra il limite di velocità veniamo costantemente sorpassati da altre auto, le quali rallentano solo quando si accorgono che, nello spazio d'erba tra i due sensi di marcia, c'è in bella vista una pattuglia della stradale con il radar. Questa situazione mi sembra molto familiare... Sebbene sia inequivocabile che la direzione sia quella giusta (ad ogni cartello la distanza da Baltimore diminuisce), ci perplime il fatto che il numero relativo alle uscite sia in aumento e non in diminuzione: secondo la mail di conferma prenotazione, il motel dovrebbe trovarsi presso l'uscita 15B mentre siamo già ampiamente oltre la 30. Dopo aver sbagliato strada e preso decisioni a caso per circa 20 volte, capisco cosa c'è che non va: la mail è stata stampata male ed è venuto via un pezzo delle indicazioni. Ragionando a spanne, capiamo che l'uscita è sì la 15B, ma della Interstate 695, una specie di tangenziale che circonda la zona di Baltimore: ci dirigiamo dunque verso l'uscita corrispondente e, finalmente, raggiungiamo il motel. Piccolo ma confortevole, come previsto, ed anche piuttosto pulito: il rapporto qualità/prezzo è decisamente positivo! Dopo aver scaricato le valigie ed aver reperito una rudimentale cartina di Baltimore, partiamo verso la città: la mappa copre solo il centro ed arrivarci è decisamente più complicato del previsto, quando Alex decide di prendere in mano la situazione. Visto che comunque avrebbe voluto comprare un navigatore, fa inversione e si dirige al Circuit City nei pressi del nostro motel, dove acquista un TomTom: tra il cambio favorevole e i prezzi decisamente minori dei prodotti elettronici negli USA, comprarlo in Italia gli sarebbe costato quantomeno il doppio. Anche con il GPS le sventure non mancano: molte strade sono chiuse per lavori, finiamo addirittura in mezzo ad un block party (non la quasi omonima band britannica) ma alla fine raggiungiamo un parcheggio coperto in centro e concludiamo la nostra epopea. Durante la medesima, presi dalla rabbia, ci è capitato di insultare anche pesantemente la città di Baltimore ed è un peccato perchè è davvero un gioiellino: è grande circa come Palermo e, almeno nella zona dell'Harbour, è una specie di Miami senza la parte latina o, meglio, ispano hablante, visto che c'è una comunità italiana abbastanza numerosa. La vista della città ci rallegra e per poco non quotiamo Frankenstein Junior e la sua celebre battuta "potrebbe andare peggio, potrebbe piovere": infatti dopo pochi minuti inizia una pioggia torrenziale che ci costringe, sebbene muniti di ombrello, a cercare riparo presso il Science Museum. Fortunatamente, il temporale dura poco e, forse per scusarsi, lascia un meraviglioso arcobaleno dietro di sè: esploriamo la zona del porto e notiamo anche alcune somiglianze con Venezia. Arriva sera: siamo in un posto di mare, quindi quale opzione migliore di una cena a base di pesce? Frittelle di granchio e gamberetti sono la mia scelta. Un ultimo giro per il porto poi è ora di andare a riprendere la macchina per tornare al motel: domani la visita a Fort McHenry e la partenza per Boston.
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sabato, 13 settembre 2008, ore 01:19

L'obiettivo odierno è quello di fare il giro dei memorial presidenziali, nonostante l'atmosfera uggiosa di questi giorni nella capitale abbia definitivamente lasciato il posto ad un caldo torrido. La partenza non è delle migliori: arrivati sotto al Washington Monument, le cui visite sono gestite in maniera analoga a quelle dell'Indipendence Hall di Philly (ricordate?), scopriamo che i biglietti sono già esauriti! Imprechiamo contro questo sistema assolutamente privo di senso e, dopo aver sbollito la rabbia, ci dirigiamo verso l'imponente Lincoln Memorial. Passiamo attraverso il World War II Memorial, dove sono ricordate tutte le battaglie che hanno visto impiegati gli USA e i loro alleati (tra cui anche "Po Valley"), e percorriamo il sentiero accanto alla reflecting pool. Il prato interno è pieno di anatre, quello esterno di scoiattoli: un roditore tanto impavido quanto curioso si spinge addirittura fino a pochi centimetri dalla mia scarpa, causando la mia ilarità. Arriviamo quindi davanti al monumento: decisamente imponente nonchè pregno di storia e significato, ricordiamo che proprio davanti a questo monumento Martin Luther King tenne il suo discorso più famoso, quello di "I have a dream". Saliti i gradini e passati attraverso le colonne si presenta davanti a noi la statua di Abraham Lincoln, seduto, con l'inconfondibile barba e il capello un po' ribelle: senza dubbio è uno dei miei presidenti USA preferiti, colui che abolì la schiavitù ratificando il XXIII emendamento della Costituzione e colui che portò l'esercito nordista alla vittoria contro i secessionisti. Uscendo dal memorial mi viene in mente un altro aneddoto ad esso legato: proprio su quei gradini che sto scendendo Owen Wilson e Vince Vaughn chiacchierarono del loro hobby in una delle prime scene di Wedding Crashers (Due single a nozze). Non sarà storico come MLK ma è pur sempre un aneddoto! Poco fuori dal Lincoln Memorial ci sono i monumenti ai caduti nella guerra di Corea e quello ai caduti nella guerra del Vietnam. Quest'ultimo, in particolare, è piuttosto toccante: è molto semplice, consiste nell'elenco dei nomi di tutti i soldati morti durante quella guerra, ma la sua lunghezza chilometrica lo rende inevitabilmente impressionante. Il prossimo sulla lista è il Franklin Delano Roosevelt Memorial: l'unico presidente in carica per 4 mandati (in realtà 3 e mezzo, visto che morì un anno dopo la sua quarta elezione) chiese un memorial molto sobrio e poco appariscente ed in effetti da questi punti di vista non è per niente comparabile con i due precedenti e con quello che visiteremo in seguito, ma è comunque piacevole. Una serie di pareti e cascate con incise sopra le sue frasi più celebri, la sua statua con il fidato cane Fala, la rappresentazione di un cittadino americano che ascolta alla radio i suoi celebri "discorsi del caminetto" e alcuni suoi compatrioti in fila per il pane durante la Grande Depressione: il FDR Memorial finisce qua. L'ultimo monumento presidenziale è quello dedicato a Thomas Jefferson: il Memorial del terzo presidente nonchè principale autore della Dichiarazione d'Indipendenza è molto bello, simile a quello di Lincoln ma rotondo, con dentro l'enorme statua del padre fondatore in questione. Come accennato ad inizio post, fa molto caldo e dopo ore ed ore di cammino la stanchezza inizia a farsi sentire: ci rechiamo alla più vicina stazione della metro e torniamo in albergo per una pausa. Recuperate le energie, ci rechiamo verso le nostre ultime destinazioni: anzitutto il cimitero di Arlington. Nè io nè Alex siamo dei fan dei cimiteri, però entrambi vogliamo rendere omaggio alla tomba di John Fitzgerald Kennedy: arrivati notiamo subito con un certo disappunto misto a disgusto che anche questo posto è stato trasformato in un'attrazione turistica, con tanto di visite guidate e trenini. Concordiamo nel ridurre la visita al minimo indispensabile e ci avviamo con passo veloce verso l'unico "obiettivo" della medesima: in cima alla collina una fiamma arde sopra le lapidi che ricordano JFK e la moglie Jacqueline Bouvier, mentre sul muro di fronte sono incise alcune delle frasi più celebri del primo presidente cattolico degli USA. Mentre usciamo dal cimitero mi viene in mente che avrei voluto rendere omaggio anche al fratello Robert, grande uomo e politico avanti anni luce, peccato che QUALCUNO abbia pensato di farlo fuori prima ancora che potesse diventare presidente... Pazienza, ormai siamo già in cammino verso la nostra prossima destinazione: il Pentagono. Perchè proprio il Ministero della Difesa? Beh, perchè è abbastanza vicino e ci si può andare a piedi! Inoltre sia io che Alex vorremmo vedere la famosa facciata colpita l'11 Settembre 2001 da qualcosa per vederci un po' più chiaro sulla faccenda, peccato che, come prevedibile, sia severamente vietato scattare fotografie del posto. Torniamo quindi in hotel per lavarci e prepararci alla nostra ultima cena nella capitale: domani pomeriggio si parte per Baltimore!
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lunedì, 08 settembre 2008, ore 18:37

La giornata parte male: la colazione in albergo è costosa e decisamente scadente. Fortunatamente (?) c'è uno Starbucks nelle vicinanze, almeno nei prossimi giorni potremo fare una colazione decente e leggere il Washington Post. Il tempo sembra volgere decisamente al brutto, nuvoloni neri si agglomerano minacciosi nel cielo della capitale e, poco dopo essere usciti dall'hotel, inizia a piovere: decidiamo quindi di dedicare almeno la prima parte della giornata al National Air and Space Museum, per la gioia di Alex che studia ingegneria aerospaziale. Lui sembra un bambino che vede per la prima volta Disneyland, io ne approfitto per imparare qualcosa su un argomento rispetto al quale non sono particolarmente ferrato. Il museo è molto bello e molto politically correct (ci sono anche i razzi sovietici), inoltre ha un sacco di attrazioni: mini esperimenti presi d'assalto da bambini pestiferi a cui non importa niente di quale fenomeno venga spiegato, la possibilità di toccare un pezzo di roccia lunare, diversi cinema IMAX e, ovviamente, tutta la storia del volo dagli schizzi di Leonardo fino alle missioni lunari del 2013. Dopo esserci gustati il video IMAX sui buchi neri usciamo soddisfatti dal museo: il cielo è ancora grigio, ma almeno ha smesso di piovere. Andiamo quindi verso Capitol Hill, sede del Congresso, per vedere dove si decide della vita politica degli Stati Uniti e, indirettamente, del resto del mondo: essendo in Agosto l'edificio è semi-deserto ed anche la sorveglianza è ridotta al minimo, purtroppo oltre a scattare qualche foto non c'è molto altro da fare. Circumnavighiamo l'edificio e passiamo di fronte alla Corte Suprema: la sede è in ristrutturazione e davanti ad essa vi sono due ragazze che manifestano con la bocca tappata da un pezzo di nastro adesivo rosso ma nessun cartello o scritta che spieghi il motivo preciso della loro contestazione. Visto che è ancora abbastanza presto e che le nuvole si sono aperte lasciando spazio in cielo ad un sole pimpante e piuttosto caldo, decidiamo di fare un giretto nella Washington extra-Mall: la prima tappa è il Verizon Center, casa dei Wizards e della loro star Gilbert Arenas, fresco di rinnovo del contratto da 111 milioni di dollari in 6 anni. Dopodichè passiamo vicini allo Spy Museum e ci troviamo di fronte allo Hoover Building, sede del Federal Bureau of Investigation che quest'anno festeggia il secolo di attività; sentendoci osservati nonchè ascoltati, ci allontaniamo rapidamente. Arriviamo dunque al Ford's Theatre: in questo teatro, il 14 Aprile del 1865, John Wilkes Booth assassinò l'allora Presidente degli USA Abraham Lincoln. A forza di girare viene ora di tornare: una bella doccia, un'altra cena a base di carne e il meritato riposo in vista dei monumenti di domani.
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Sproloquio di tommyblizzard alle 18:37

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